di Domenico Bilotti
Quando un Presidente del Consiglio, ovunque avvenga, si cimenta nella critica storica (senza aver né molti strumenti né molta sincerità), il vero rischio è scatti una gigantesca distrazione di massa e mass media, rispetto alle urgenze effettive pendenti su qualunque agenda governativa. E il presidente Meloni si è collocata esattamente su questa scia, esecrando in modo plateale e scomposto il manifesto di Ventotene col quale nel 1941 tre confinati nell’isoletta tirrenica, nella fase più cruda e scomposta del ventennio fascista, sognarono (dalle loro parole) “un’Europa libera e unita”. Meloni è politica di lunghissimo corso e la sua strategia comunicativa, da leader dell’esecutivo e col partito di maggioranza relativa nel Paese, è la stessa di quando era capo di un partito al tre percento e connotato da un’opposizione rumorosa e tambureggiante. La polemica ideologica come mascara alle rughe evidenti di una politica vecchia essenzialmente nella sua capacità di proposta. La sinistra parlamentare c’ha certo messo del suo, perché ha convocato una manifestazione europeista nel nome di Ventotene, senza che si capisse in fondo qual era la linea tematica per cui si invocava la piazza. In essa, c’erano scudieri del conflitto militare con la Russia, seguaci del pacifismo di maniera, forze parlamentari e amministratori comunali preoccupati più dei dazi che delle bombe: una composizione così eterogenea da fare inevitabilmente passare in secondo piano il bisogno tutto politico di un’Europa pacificata, federalista, cooperativa, attiva senza ombre e scheletri nell’armadio sul fronte dei diritti umani. E la sinistra moderata ha fatto spesso questo errore: ha introiettato pezzi e simboli di immaginario collettivo avocandoli a sé e perciò trasformandoli, finanche inconsapevolmente, in rivendicazione di parte che perdeva ogni universalismo. Lo ha fatto per il 25 Aprile e la Resistenza; lo ha fatto per la festa della Repubblica; lo ha fatto per il Primo Maggio. Come se voltar pagina dalla Seconda Guerra Mondiale, dalla monarchia e dallo sfruttamento violentissimo di lavoratrici e lavoratori finisse per diventare non patrimonio comune, ma riconoscibile simbolo di pochi.
Andando al merito del manifesto di Ventotene, Giorgia Meloni dice in sostanza di trovarlo irricevibile, pericoloso e autoritario. Che è una strana teoria, visto che non fu redatto da tre gerarchi, bensì da tre internati; non avevano un esercito, non avevano una tessera, nulla sapevano del futuro prossimo e remoto. Essendo esponente della destra sociale, avendo fatto parte di tutte le sue articolazioni giovanili, Giorgia Meloni dovrebbe sapere che ogni documento politico rilasciato in cattività, alla vigilia di grandi svolte istituzionali, è per sua propria necessità comunicativa inevitabilmente irruento, sgorgante di polemica intellettuale. Capace, persino, di individuare (e senza appello) nemici della trasformazione e scherani della conservazione. Il manifesto futurista di uno dei più grandi artisti del Novecento italiano, Filippo Tommaso Marinetti, nel 1909, ne aveva per tutti e contro tutti: urgeva al ribaltamento violento di Chiesa, accademie e letterati. Inneggiava alla guerra senza un se e senza un ma. Il primo Marinetti ebbe simpatie per il Fascismo e fu già precoce talento; non ci sogneremmo in nome di ciò di strapparlo dalle pagine dei manuali di storia dell’arte. Perché mai quei tre poveri confinati (Altiero Spinelli, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi) dovrebbero bruciare nel caminetto della Storia?
E che dire, poi, del Gabriele D’Annunzio, a orecchio (e forse letto pochino) citatissimo dai “nuovi intellettuali”, quando diede una costituzione provvisoria alla Reggenza italiana del Carnaro nel 1920? Liceità del consumo individuale di droghe, libertà di culto, contrasto a ogni forma di censura … Il Vate d’Italia, concedeteci la battuta, non aveva esattamente lo stesso programma dei suoi “fratelli”.
Su almeno due aspetti si è concentrata la demolitoria condanna senza appello del Presidente del Consiglio. Innanzitutto, nel manifesto di Ventotene, ci sarebbe l’attacco alla proprietà privata. Banalità antistorica: pur avendo una nozione programmatica e sociale della proprietà, il documento di Ventotene smaschera, con quelle affermazioni, un altro e più profondo dato. E, cioè, che la grande proprietà italiana, quella concentrazionaria e post-latifondista, non aveva avuto remore alcune a mettersi contro il popolo al tempo della Marcia su Roma: dal liberalismo conservatore di fine Ottocento all’appoggio incondizionato al Partito Nazionale Fascista. Senza colpo ferire, che non fosse la difesa dei propri interessi. Il documento di Ventotene perorerebbe una dittatura rivoluzionaria, ma ci si dimentica del linguaggio accolto in un tempo specifico. Il linguaggio della politica ha naturalmente una semantica sociale e generazionale. La attuale maggioranza lo rivendica quando vede schiere di persone fare il saluto romano in cortei e commemorazioni: non è più il braccio alzato del Ventennio, dicono; si tratterebbe solo di ricordo rituale e collettivo. E oltre ottant’anni addietro per “dittatura” si intendeva la carica greco-romana, una sorta di “salute pubblica” ideologicamente contestabile, ma priva delle venature autoritarie che proprio il totalitarismo nazifascista vi impresse.
E buttare Ventotene per due frasi significa cercare la scusa per non leggere invece due aspetti qualificanti di quel Manifesto. Esso scavalcava la dicotomia sinistra/destra, socialismo/antisocialismo, credendo con convinzione che nel futuro il vero discrimine politico sarebbe stato tra inclusione ed esclusione, tra comunità interstatali pacifiche e assi militari rinsaldati gli uni contro gli altri. In più, mentre rivendichiamo (e dobbiamo) una occupazione femminile mai così elevata in Italia, dovremmo ricordarci che il seme del federalismo europeo non avrebbe mai portato frutto senza la libertà politica rivendicata dalle donne: nevvero, Presidente? Donne eccezionali, come la federalista europea democratica Ursula Hirschmann. Aprirono la breccia ai diritti di milioni. Chissà non sia questa la frase irricevibile e pericolosa dentro il sistema di Ventotene, la bestemmia in esilio nella governance di oggi: i diritti, tra la responsabilità e la libertà.
