Precariato: ci siamo fatti rubare il vaccino

di Domenico Bilotti

Nella storia recente sono molti i casi in cui l’inveramento di un fatto traumatico (un attentato, una crisi speculativa, una catastrofe ambientale) ha determinato l’accettazione di misure che arretrano complessivamente la qualità della vita. Mentre quelle misure si adottano e si attuano, del resto, sono presentate contemporaneamente come provvisorie e come necessitate: serviranno il tempo che basta, perché … servono. Nei fatti, si rivelano permanenti e poco performative rispetto agli scopi dichiarati. Indietreggiare sui diritti è però una fonte di umiliazione non solo sul piano etico, ma anche su quello sistematico: può creare un precedente destinato a ripetersi. Nella dinamica politico-legale e socio-economica degli ultimi tre decenni, accettare un arretramento significa che non si tornerà mai più sulla strada di prima. 

L’Italia è sempre stata un Paese caratterizzato da grandi problemi nelle politiche del lavoro. L’analisi dei dati macroeconomici ci dice che ci sono state due sole eccezioni, parziali e strumentali ma vere. La prima avvenne nella prima metà degli anni Sessanta: il bassissimo costo della manodopera e le esigenze di fronteggiare un marcato aumento di produzione portarono al boom economico, all’operaio massa, dislocato viepiù non solo nella fabbrica multinazionale ma nella produzione diffusa. Una seconda fase data alla metà degli anni Ottanta: l’indebitamento pubblico, l’uso clientelare delle politiche occupazionali e la ramificazione involuta dell’apparato burocratico liberarono tuttavia una enorme mole di figure professionali e impiegatizie nei lavori cd. di concetto. Quel sistema era sbagliato. E però non era meno sbagliato del capitalismo italiano statalista di vent’anni prima, che creava enclave operaie di meridionali e trapiantati nel triangolo industriale Genova-Milano-Torino o nel settore chimico e dei trasporti e della manifattura tra Veneto e Marche. Nel mezzo c’è stato oltre un decennio di conflitto sociale che ha messo talmente sotto pressione il sistema da portare a un eccezionale avanzamento nella legislazione previdenziale, assistenziale, lavoristica, civile. La lotta antisistema, fallita sul piano militare – che non era forse lo step auspicabile per la tenuta istituzionale del disegno costituzionale – , si era in ogni caso resa protagonista della promozione NEL sistema di tutele e norme nel quadro dei diritti fondamentali. 

Da venticinque anni, la disciplina concreta dei rapporti di lavoro, ben al di là della loro cornice contrattuale-formale, ha favorito un evidente declino del potere d’acquisto, soprattutto nella fascia anagrafica tra i 25 e i 40 anni di età. Si è ammesso il “precariato” nemmeno più come tappa obbligata e propedeutica, come cursus honorum in vista di un reddito di base fisso e dignitoso, ma come veste universale delle prestazioni lavorative. In più in Italia è rotto l’ascensore sociale: funziona solo per scendere, come la caduta della proverbiale mela di Newton (lo sprofondo gravitazionale). Finanche ipocritamente, fino alla metà degli anni Ottanta, l’elevata specializzazione formativa consentiva un miglioramento delle condizioni di vita, perché quella specializzazione incrociava il cambiamento intervenuto nella divisione sociale del lavoro. Oggi investire su un percorso di istruzione altamente qualificata nelle maglie della disciplina pubblicistica è il miglior modo per impoverire sé e la propria famiglia: la nuova generazione, formandosi in una serie di progetti specialistici con frequenti interruzioni di reddito, non riesce a resistere solo con l’affidamento nel limitato guadagno proprio. Erode mano a mano l’ultimo forziere rimasto all’economia domestica italiana: il risparmio. Sono anni lunghissimi, di sacrifici materiali e anche di disgregazione delle aspettative esistenziali e dei rapporti sociali. 

Il livello più tossico della deformazione della piramide sociale ha portato a un sovraffollamento della base dove i minimi gradoni scollinati o da scollinare sono direttamente posti in competizione l’uno con l’altro. Fenomeni di slealtà interpersonale appartengono alle fasi di riconversione produttiva (pensiamo al crumiraggio al tempo dell’operaio massa), ma è innegabile che le contrapposizioni, i personalismi e i sabotaggi tra rivendicazioni nella forza lavoro precaria o irregolare abbiano contribuito a rendere quella stessa forza poco sindacalizzata, poco conflittuale e poco organizzata. 

Al lavoratore è peraltro chiesto sempre più spesso di deprezzare il compenso per la sua prestazione (o di rinunciarvi a lungo) pur di continuare a lavorare – altrimenti, sarà sostituito da un parigrado che o accetterà un compenso ancora più basso o che potrà integrare il suo reddito con sussidi, borse, suffragi, al primo giuridicamente non riconoscibili. 

Questa è la fotografia in movimento del lavoro in Italia. Non coglie, è vero, le pratiche virtuose, ma definire esse profondamente minoritarie è quanto di più onesto possa dirsi. È da questo quadro che viene la sofferenza del lavoro nero al tempo del lockdown. Se il precario irregolare non può vantare un titolo per giustificare la sua libertà di movimento, non mangerà. Se il precario del vasto indotto della formazione non ha accesso a possibili scatti in avanti, congelati dai tagli di ieri e dai fermi di oggi, non potrà ulteriormente investire e/o indebitarsi per rendere la sua formazione più compatibile alla sempre più limitata domanda sociale di qualità. 

Quando si fa ammuina – quando ci si muove freneticamente senza cambiare la vita sulla barca – trovarsi fermi di colpo pone davanti alla nudità dello scafo, ai limiti del suo equipaggio, alla dissennatezza dei suoi comandanti. Servirebbe un vaccino non solo contro la polmonite di nuovo conio, ma anche contro questo vaiolo dei diritti sociali. 

Di solito, emergenze ben meno draconiane e umanamente meno luttuose di una pandemia con decine di migliaia di morti hanno ipostatizzato e scolpito una volta per sempre le miserie, cronicizzandole. Andar più dietro di così non si può, non è umano. E venisse proposto, anche solo temporaneamente, vorrebbe dire non solo che l’interinalità è una menzogna preliminare alla conferma definitiva, ma che davvero dal ko non ci si riprende più. Non solo le due generazioni “bruciate”. Ma uno Stato, un’idea di comunità politica e costituzionale, un paesaggio intero dei comportamenti umani. E un po’ ce lo siamo fatti rubare noi. 

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