Luis e quello strano mese di marzo

di Guido Signorino

Che fanno due cani quando si incontrano per la prima volta? Non latrano, non uggiolano, non dicono nulla; si limitano ad annusarsi il posteriore, a volte fermi, altre girando. Non fanno che questo, annusarsi il posteriore senza pensare a contratti o a condizioni. Alla fine di quel rituale così semplice decidono se si attaccheranno, se ciascuno continuerà per la sua strada dimenticando l’altro o se, insieme, imboccheranno un sentiero”.

Con protagonisti sempre nuovi (d’altronde, ogni volta è una prima volta) e con frequenza crescente e serena, questa scena si rinnova da qualche tempo in un luogo inusuale: il centro delle vie del centro della città. Non più le periferie più vicine alla campagna e alle colline, non più i bordi delle straduzze o le canalette di scorrimento delle acque piovane, ma il centro delle vie larghe, la linea di mezzo delle multicarreggiate. Lì i cani (che notoriamente soffrono di agorafilìa, cioè: amano gli spazi liberi) hanno ritrovato uno spazio di camminata per loro naturale, il più possibile lontano dai confini, tanto a destra quanto a sinistra, ma solitamente inaccessibile. D’accordo, non è proprio un bel luogo: è brullo, senza vegetazione, artificiale; asfalto e sanpietrini sono meno soffici dell’erba, ma hanno meno asperità della terra; non ci sono buche nascoste o spuntoni dolorosi, e gli eventuali cocci di vetro sono ben visibili dai loro 50-60 centimetri di altezza e, dunque, facilmente evitabili. Inoltre quelle superfici restituiscono un calore confortevole al piede in questo strano mese di marzo. Strano, perché anche il sole che comincia a riscaldare, in questa impropria stagione sembra quasi “distanziarsi” (che strano termine!) dietro nuvole non spesse ma perpetue, che non si sciolgono in pioggia. Strano soprattutto perché in quelle larghe carreggiate, non scorre più il solito fiume invasivo, congestionato, nervoso e frastornante di macchine, autobus, pullmini e motorini; anzi, le rare automobili si scansano loro per non disturbare i nuovi e placidi padroni dei luoghi. 

Ormai da giorni (settimane?) procede questo nuovo ritmo. Sorprendentemente vigili urbani e polizia, che in genere scacciavano i cani per paura o per ignoranza, sembrano adesso messi lì a proteggerli: fanno accostare le poche auto di passaggio, liberando la via, controllano la coincidenza tra autodichiarazioni e buste della spesa e fermano i pochi passanti indagando con occhiutaggine sul come, sul dove, sul cosa, sul perché dei loro spostamenti.

Strano. Anche le formiche, se ne erano accorte. Fu quasi subito: il primo giorno era un lunedì, ma sembrava che la domenica non fosse finita, che la notte trascorsa non avesse interrotto il giorno. Stesso silenzio del mattino precedente, solo meno gente a calpestare il marciapiede; quasi nessuno davanti all’edicola, proprio nessuno davanti alla chiesa. Il secondo giorno la scena si era ripetuta e le antenne di quegli insetti avevano percepito una nuova libertà di movimento, iniziando a segnare percorsi fuori dai solchi delle mattonelle, sopra la loro superficie, oltre le fessure del lastricato, su tracce aperte divenute ormai agilmente praticabili. All’imbrunire, secondo turni non concordati, ma badando a non incontrarsi, uscivano sparute persone a gettare sacchi nei cassonetti dell’immondizia, mentre un po’ a tutte le ore si alternavano i padroni dei cani domestici, muniti o meno che fossero dei sacchetti per raccoglierne gli escrementi. Al mercoledì il fatto era divenuto chiaro. Le pedate degli umani si erano ridotte del 91,7% e si poteva girovagare in libertà praticamente su tutte le superfici. Bastava percepire lo spostamento d’aria e rilevare la proiezione dell’ombra dei pochi umani che si davano il cambio nelle ridotte passeggiate necessarie per anticipare la pedata e scartare rapidamente e indifferentemente a destra o a sinistra, in modo da evitare lo schiacciamento. Le piste segnate con la propria traccia delle formiche esploratrici erano migliaia ed erano tutte di sicurezza, perché, come usavano dirsi tra loro sfiorandosi con le antenne: “Tutte le piste portano a casa”. Adesso che a uscire dalle abitazioni degli uomini erano in così pochi, per le formiche (sempre mantenendo la massima attenzione verso il rischio di schiacciamento), era sufficiente guardarsi dai cani di campagna che passeggiavano liberi e da quelli da compagnia portati a spasso per i bisogni, per potersi muovere tranquille nello spazio stradale, cercando allegramente cibo e materiali per le loro tribù e le loro case. 

Solo i bambini affacciati alle finestre del pianterreno prestavano loro grande attenzione e le osservavano passeggiare intente a trasportare pagliuzze, raccogliere briciole, ripulire le superfici da mosconi e coleotteri passati a miglior vita, recuperare lische o minimi brandelli di frutta e verdura dai cassonetti colmi di spazzatura. Si concentravano, i bambini, per seguirne qualcuna; ne sceglievano una in particolare e giocavano a prevederne le traiettorie di lungo percorso e ad indovinare se, nell’incontro-scontro con quella che procedeva in direzione inversa, dopo l’attimo di pausa del reciproco riconoscimento, avrebbe preso a destra oppure a sinistra. Si divertivano, perché sembrava loro di ascoltare tutte le formule di questi incontri rituali. Dopo l’urto fisico, forse cieco, delle teste, le due si fermavano; un istante di apparente paralisi, poi strofinavano le antenne e dicevano l’una: “Parola d’ordine!”, e l’altra: “Bello lavorare insieme, con tutte e per tutte!”. A quel punto la prima tra le due che muoveva una zampa sceglieva chi sarebbe andata a destra e chi a sinistra, quindi si salutavano e si dicevano: “Bene così, io proseguo e tu torna indietro; ci rivediamo più tardi, in strada o per casa”; in genere l’iniziativa per sbloccarsi era di competenza della formica in uscita, anche perché quella di rientro era troppo impegnata a tenere la presa del bottino conquistato nella sua ricca spedizione. 

Nei pomeriggi dopo pranzo, mentre i genitori riposavano e i fratelli grandi facevano i compiti a seguito delle lezioni ricevute al mattino sul tablet o sul computer, i bambini si affacciavano alle finestre e rimanevano a guardarle per un bel pezzo, ammirandole, mentre le vedevano intente a trasportare pezzi via via più grandi e pesanti. Non dovendosi più incuneare negli angusti canyon delle fessure stradali per proteggersi dalle suole, le formiche potevano adesso risparmiare tempo e viaggi tagliando con le loro minuscole e infallibili cesoiette pezzi sempre più grossi, fino al limite di sopportazione del peso. Anche le formiche muratrici avevano dovuto lavorare sodo in quel periodo, perché le gallerie sotterranee dei formicai dovettero essere ampliate per far passare le consegne più voluminose; così lo spazio sotterraneo crebbe e la vita sembrò divenire più comoda e praticabile: si respirava senza dubbio molto meglio, ci si incontrava con più larghezza e gli spostamenti interni delle formiche addette alla nursery e di quelle pulitrici avvenivano adesso con maggiore agevolezza, anche se i più ampi spazi di gioco per le formiche bambine creavano problemi nuovi di confusione e pulizia interna.

Non si interessavano granché della ragione di tutto ciò, ma certamente erano contente per questa calma, prolungata come mai era accaduto prima. Non sapevano se mettere in relazione i due fatti, ma già un paio di settimane prima che scoppiasse la quiete urbana avevano iniziato a incontrare per la strada degli strani esserini, privi di occhi, di braccia, di gambe, e di moto proprio. Erano come delle minuscole palline di grasso, protette da una sferetta con tanti dentini. A loro non facevano niente, ma avevano la sensazione che gli adulti umani (che pure sembravano spargerli dappertutto, con espulsioni rumorose dalla bocca e dal naso) ne avessero particolare paura. Al punto da mascherarsi (forse per non farsi riconoscere) e da tenere sempre guanti stretti e fastidiosi, pur di non toccare con mano quei minuscoli esserini che neanche riuscivano a vedere (e forse anche per questo ne erano tanto spaventati). 

Addirittura, gli umani sembravano quasi aver litigato tra loro, si tenevano a distanza di uno-due metri l’uno dall’altro, quando si incontravano non si fermavano più come prima a chiacchierare e avevano sorprendentemente smesso di avvicinare le loro teste per quella strana abitudine di pressare le labbra sulle guance (a volte, addirittura, labbra su labbra), che sembrava prima renderli sempre contenti e, in alcuni casi, addirittura felici; li chiamavano: “baci”, ma oramai non se li scambiavano più. Strano, davvero strano questo mese di marzo. A ogni modo, quelle insulse e minuscole palline alle formiche proprio non interessavano. Qualcuno aveva provato a mangiarle, ma avevano un cattivo sapore, né le formiche bambine potevano giocarvi, perché quelle strane ventosette che le coronavano in tutte le direzioni non le facevano ruotare facilmente nei cunicoli del formicaio. Insomma: non servivano a un bel niente. Anche se gli umani sembravano proprio temerle tanto.

Scorreva così il tempo della nuova quiete ed erano trascorse le prime tre settimane quando, dopo una pioggia che aveva finalmente infranto le nuvole grigiochiaro, i bambini del pianoterra videro spuntare le lumache. Una, due, dieci, poi tante, piccole e grandi, e non importò più loro di contarle. Era sufficiente guardarle. Videro che, come sempre, sollevavano la loro casetta e se la trasportavano. Compresero che in genere non se ne vedevano tante: un po’ perché, ben più grandi e ben più lente delle formiche, non potevano rifugiarsi nelle feritoie o nelle scanalature delle mattonelle, né riuscivano a scartare di lato per evitare le pedate o le ruote dei tricicli; un po’ perché amavano l’insalata e così, piuttosto che per le strade, si radunavano presso i mercati, dove le scorpacciate erano assicurate, mentre ai bordi dei marciapiedi i pochi fili d’erba non avrebbero certo consentito di scialare. Adesso però c’era meno motivo di temere: si potevano percorrere basolati e strade in lungo e in largo senza troppe preoccupazioni. Certo, il rischio, per quanto ridotto, era sempre lì, perché con turnazione imprevedibile, gli uomini continuavano a scendere in strada. Ma le lumache avevano deciso di usarlo tutto il margine di libertà che c’era, e di correrlo per intero, il rischio che qualche distratta suola o qualche maldestro pneumatico le calpestasse, loro che erano così lente. E tutti (cani, formiche e bambini alla finestra) si domandavano perché avessero deciso di correre un rischio così grande, pensando che si trattasse solo di desiderio d’avventura, o dell’istinto per l’esplorazione e la ricerca di nuovi orizzonti.

Ma non era così. Il fatto era che anche le lumache avevano visto quelle microscopiche palline di grasso con tanto di corona. E avevano sentito, dietro l’ovatta delle mascherine, i padri avvertire severi i bambini, dir loro con intensa gravità di non scendere in strada e di non toccare nulla, che se lo avessero fatto le minuscole palline avrebbero fatto loro molto male, li avrebbero fatti ammalare e, forse, smettere di respirare. Avevano sentito parlare di “grandi pulizie” delle strade (“disinfestazione”, la chiamavano), ma quei grossi macchinari che spruzzavano liquidi puzzolenti passavano solo due volte la settimana, e nel frattempo quei cosini microscopici continuavano a diffondersi, proiettati da colpi di tosse, trasportati dal vento, aggrappati al pulviscolo dell’aria con le loro ventosette. Era bastato che due lumache sentissero i discorsi e le preoccupazioni degli umani e la notizia era circolata in tutta la comunità. E siccome le due lumache osservatrici avevano casualmente visto che, strisciando sulla strada o sul marciapiede, la bava che lasciavano dietro di sé intrappolava le palline coronate e le scioglieva, ne avevano parlato fra tutte e avevano discusso a fondo la situazione. Gli umani non riuscivano a gestire il pericolo: erano troppo impegnati a prendersela con altri umani, a dare la colpa a un misterioso “Governo”, a urlarsi addosso messaggi di paura. E dunque loro, che la paura l’avevano da sempre, ma ogni giorno la superavano con l’esercizio della sua forza opposta (il coraggio), avevano deciso. Sarebbero uscite appena possibile, con la massima partecipazione, per lustrare la città. Ma dovevano farlo sfruttando la loro lentezza: piano, con calma, esplorando palmo a palmo ogni millimetro quadrato, per essere certe di avere ricreato condizioni di sicurezza. Erano lente, già lo abbiamo detto; alla lentezza aggiunsero adesso l’attenzione e un po’ di solennità, perché stavano facendo qualcosa di importante: passando, ripulivano lo spazio per il gioco dei bambini che le osservavano, e se i bambini non fossero più usciti a giocare, loro stesse avrebbero perso un pezzo di significato di sé.

E io, che guardavo i bambini che guardavano la strada, compresi cosa stava succedendo nel mondo, capii perché tutto sarebbe andato bene: grazie alla libertà dei cani, al lavoro delle formiche, alla lentezza delle lumache, sarebbe stato bello, molto più bello di prima, uscire nuovamente dalle case. Capii che, sì, era vero, io avevo incontrato le palline con la corona, e chissà, magari per questo avrei smesso di raccontare storie, ma tutto sarebbe andato bene, davvero; però se (e solo se), tornando fuori dalle nostre case, noi avessimo imparato una cosa nuova: ad amare il mondo in modo nuovo; ad amare i cani per la loro libertà, le formiche per la loro caparbietà e le lumache per la loro lentezza. E capii che per questo erano lente le lumache: per potere amare i bambini e far sì che essi tornassero a giocare sul marciapiede e imparassero ad amare la lentezza delle lumache e, con essa, la natura. 

Così ho deciso di scrivere questa storia. “Perché?” vi domanderete. Un giorno ero in campagna col mio nipote Robertino. Dopo avere tagliato l’erba del prato e riparato la gebbia dove, come in una gran piscina, ci piaceva tanto fare il bagno, eravamo andati all’orto. Mentre eravamo intenti alla cura dei germogli e delle piantine, e il cane del vicino correva libero nel nostro giardino abbaiando verso il mare, Robertino vide una lunga linea di formiche che camminavano e si scontravano in una doppia e contrapposta fila indiana, e una lumaca che passava al loro fianco. Lasciava dietro di sé una piccola scia rilucente sotto il sole e andava piano, più piano delle formiche, che la aggiravano, superandola. Robertino,

All’improvviso voltò lo sguardo verso di me e mi fece una domanda molto difficile: “Perché è così lenta la lumaca?” Gli dissi che in quel momento non avevo una risposta, ma gli promisi che un giorno, non sapevo quando, gliel’avrei data”. 

Guido Signorino

Poscritto

Questo breve racconto in forma di favola è la risposta a un bellissimo invito che mi ha rivolto Ivana Risitano: rendere omaggio a un grande scrittore della letteratura mondiale, Luis Sepulveda, scomparso il 16 aprile scorso a causa del COVID-19. La proposta era di scegliere due suoi piccoli brani, facendone inizio e termine di un racconto originale. 

È stato per me emozionante misurarmi con questa proposta. L’ammirazione verso un autore così grande da saper parlare a tutti anche col linguaggio dei piccoli, così aperto da saper rendere protagonisti di sentimenti ed esperienze di rara intensità non solamente persone e caratteri, ma anche animali, natura, spazi e, infine, così padrone del sentimento umano da saper adottare il registro narrativo del romanzo e della favola, della letteratura politica e del linguaggio fiabesco, non solo non mi ha frenato, ma mi ha spinto a regalargli un’idea, un pensiero che nei giorni precedenti mi aveva visitato con serena e allegra insistenza.

È stato davvero molto bello poter salutare Luis Sepulveda dialogando personalmente con lui. Ringrazio quindi moltissimo Ivana per questo invito inatteso. Il periodo iniziale è tratto da “Patagonia express”, quello finale dalla premessa a “Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza”.

Poi, tre giorni dopo aver scritto questo breve racconto, ho ascoltato al TG3 una notizia che, forse, in altro momento sarebbe passata inosservata, e che riporto avendola ripescata dalla cronaca di un giornale online piemontese:

L’Istituto Internazionale di Elicicoltura di Cherasco ha donato forniture di bava di lumaca spray agli ospedali dell’ASL CN2 (Alba, Bra, Verduno) e al nosocomio di Savigliano, un contributo che può sollevare medici, infermieri, operatori che si trovano costretti ad indossare le mascherine per tempi prolungati.

‘L’uso prolungato di questo dispositivo – spiega il presidente Simone Sampò – provoca arrossamenti cutanei, irritazioni e screpolature. La bava di lumaca nella sua versione spray, ovvero quella con la più alta concentrazione, può essere il rimedio per evitare questi inconvenienti. Abbiamo pensato a come aiutare concretamente chi si trova ad operare in prima linea contro il Covid-19 e, siccome produciamo questo prodotto che può dare sollievo, abbiamo voluto donarne forniture ai nostri ospedali’. 

L’applicazione della bava spray prima di indossare la mascherina consente di proteggere la pelle esaltando il suo potere filmico, mentre il suo utilizzo immediatamente dopo permette di sfruttare le sue caratteristiche curative, rigeneratrici e lenitive” (http://vercellioggi.it/dett_news.asp?id=89549).

Che dire? Non penso certo che questa favola possa avere valore profetico o predittivo (anche perché, come può vedersi dal giornale online, l’articolo è precedente alla favola), ma mi ha fatto piacere scoprire che, davvero, le lumache, con la loro lentezza e la loro bava, danno il loro contributo al contrasto al coronavirus!

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