Ho fatto un sogno: per ripartire, sì, ma verso dove?.

di Antonino Mantineo

In questi giorni difficili di quarantena, in uno stato d’animo ove prevalgono il dolore, la sofferenza, anche la solitudine che stiamo attraversando, abbiamo avuto tanti momenti per ritrovare noi stessi e riflettere su quello che la pandemia sta producendo nelle nostre vite personali e nelle nostre comunità. 

Tutto sta cambiando non solo nei ritmi della nostra quotidianità, nelle relazioni prive di abbracci, di calore, di strette di mano, di contatti. Anche il linguaggio si adegua: così, se abbiamo spesso parlato di come sia necessario “contagiarsi” gli uni e gli altri di empatia, di gesti concreti di solidarietà, di altruismo, per vivere una vita umana veramente, oggi al termine <<contagio>> ci sentiamo costretti ad attribuire un significato ontologicamente negativo. Abbiamo assistito a gesti di solidarietà, fino al sacrificio della vita, di tante donne ed uomini, che si sono spesi, consumati fino allo stremo delle loro forze, per affrontare la malattia e la solitudine dei malati e dei tanti morenti. Gesti quotidiani di generosità che hanno coinvolto tanti volontari, che ancora una volta suppliscono alle deficienze e ai ritardi nei servizi, da parte delle diverse istituzioni, che nella corsa ad aziendalizzare anche la salute, a riportare in pareggio i bilanci, hanno perso la capacità di garantire il livello essenziale e mantenere la salute un bene universale.   

Né sono mancati, quasi da contraltare, atteggiamenti e gesti di paure incontrollate, fobie collettive che ci spingevano alla caccia agli “untori”, veri o presunti, additati come la causa delle nostre insicurezze e minaccia per la salute pubblica, trovandoli anche tra coloro che bussavano alle nostre porte: spesso tra coloro, giovani e tanti lavoratori licenziati, che dal Nord o, persino da paesi stranieri, bussavano per fare ritorno tra le nostre famiglie e nelle nostre città e paesi.

Essi che si erano spesso sentiti emigranti là dove erano stati accolti, hanno conosciuto l’umiliazione di essere rifiutatati, nel ritorno alle loro e nostre regioni. 

Quanto dolore abbiamo visto con i nostri occhi, che finalmente si sono mostrati più aperti alla sofferenza degli altri! Compreso quello delle vittime delle violenza domestica, le donne, che anche in questi giorni di isolamento pagano il prezzo più alto della reclusione tra le mura domestiche, ad uomini che non dimenticano di proporsi come i padroni della vita, come dei sentimenti della compagna che hanno accanto. 

In questa tempesta che si è abbattuta, come indicato da Papa Francesco, abbiamo dimenticato le nostre fragilità, quelle proprie di ogni creatura, che ci riportano al fatto che non siamo onnipotenti, e che dovremmo re-imparare a sentirci una sola umanità nella barca della vita.  

Vogliamo custodire i gesti e le parole di Papa Francesco, il quale come spesso è successo, da quando è stato chiamato a guidare la Chiesa cattolica, si è rivolto, ancora una volta qualche giorno fa, dal sagrato di San Pietro, non solo ai cattolici, neppure solo ai cristiani, neanche alla cerchia più ampia costituita dalle donne e gli uomini di buona volontà, ma ha voluto rivolgersi a tutti coloro che hanno anche solo il desiderio di ritrovare il gusto e la gioia di una vita piena, dentro e oltre questi giorni di abbandono. 

Da quegli stessi sentimenti positivi e di speranza vorremmo iniziare la nostra riflessione.

Partiamo da questa constatazione, per porre alla mia e vostra attenzione una domanda di fondo “esistenziale”, sulla quale abbiamo sentito alcuni accenni, nei discorsi dei tanti, troppi esperti della comunicazione politica, i quali ci dicono che “tutto cambierà e nulla sarà come prima”. 

Mi pongo alcune domande e chiedo anche a voi di partecipare al gioco delle risposte da trovare insieme: chi dovrà essere ad elaborare “il piano” che ci consenta di tornare alla normalità? E a quale normalità ci si vuole riferire? Di quale cambiamento si avverte la necessità e quale cambiamento si auspica? 

Oggi vorrei, in primo luogo, condividere con voi un desiderio, che è anche un sogno e se vogliamo un’utopia. 

Oggi, a oltre settanta anni dalla nostra Costituzione, credo che i buoni sentimenti “laici”, perché appartengono alla comunità umana, senza distinzione di sesso, di cultura, di condizione sociale, di religione, siano quelli attualissimi, dei nostri principi fondamentali, iscritti tra l’art. 1, in cui si afferma che “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” e l’art. 11, che stabilisce che “L’Italia ripudia la guerra”. Questo ultimo principio è dimenticato e raggirato dai nostri governanti che, avendo disposto la chiusura delle fabbriche, hanno continuato a mantenere attiva la produzione delle armi che seminano lo sterminio e la morte. Occorre chiudere e per sempre quelle fabbriche e costruire granai per il pane da dividere nella famiglia umana e ospedali e una sanità sul territorio che sappia prevenire le epidemie e curare non solo le pandemie, ma anche i mali sociali. Ma su tutto ciò, speriamo di tornare. 

Ecco: dovremo ripartire dai principi della nostra Carta Costituzionale! 

In generale, siamo fortemente convinti, infatti, che i principi fondamentali costituzionali, compongano tutti un aggiornamento delle beatitudini evangeliche, che, come più volte ricordato dal Vescovo Martini, e richiamato anche dal Presidente emerito della Corte Costituzionale Gaetano Silvestri, possono dare risposta alla fame di giustizia, di eguaglianza, di pace, di amore che è nel cuore di ogni uomo. Con una fede religiosa o senza una fede religiosa, ma credente nella vita umana. 

Per altro, ancora di recente, Papa Francesco nell’incontro con i movimenti popolari dei vari continenti ha voluto condividere con loro la lotta, sì la lotta, per l’affermazione dei diritti che sono essenziali per rendere il mondo più umano e, quindi, un luogo ove si possa coltivare il desiderio di bene e di felicità: terra, casa e lavoro. 

Tali diritti sono pure segnati nella Costituzione: i diritti della terra, da custodire ed amare come la madre (art. 9 Cost.); il diritto a costituirsi come famiglia, avendo un tetto sicuro e dignitoso (artt. 2 e 31 e ss.); il diritto al lavoro (art. 1, 4 Cost.), che consente di raggiungere l’autonomia, personale e famigliare e, soprattutto, elemento, mezzo e non fine, che, però, concorre al “progresso materiale e spirituale” della comunità (art. 4 Cost.).  Tutti e tre i diritti trovano una declinazione solenne nella nostra Carta Costituzionale. 

Ed, allora, ci vogliamo chiedere: cosa si rende necessario per dare piena e concreta attuazione ai principi e ai valori incompiuti?

Rifletteremo insieme se accanto ai principi di libertà e di uguaglianza, valori “gemellari” che debbono caratterizzare la democrazia partecipativa, pluralista, personalista e laica della nostra Res publica, possa trovare posto anche il principio della fraternità, che già la rivoluzione francese aveva issato come vessillo, per spodestare il regime. 

Oggi, il termine fratellanza guadagna un significato pieno, a fronte di un abbattimento dei confini, dei localismi, degli individualismi e sovranismi, determinato da un microscopico, ma letale virus. Abbiamo bisogno di un mondo senza frontiere per ritornare a sentirci cittadini, ospiti e solo custodi di questo meraviglioso mondo. 

La Fraternité che pure non è espressamente richiamata nella nostra Costituzione, può avvicinarsi a quel desiderio e anelito a sentirci tutti uguali, perché accomunati dallo stesso destino e condizione e per ri-scoprire la dimensione della fraternità e della sororità. Ed, infatti, il nostro principio di uguaglianza sostanziale, quello introdotto dall’art. 3 Cost., secondo cui “è compito della Repubblica, e cioè di ciascuno di noi, rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, …impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione  di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, ci proietta verso questa dimensione e questa prospettiva. 

Essere eguali nella diversità ed, insieme, nell’unicità di ogni persona umana, comporta che vengano rimosse le cause delle diseguglianze, non solo quelle che negano l’accesso e la fruizione dei mezzi (salute, istruzione, casa, tempo libero, cibo, etc.), ma anche quelle che limitano le chances di partenza, quelle opportunità negate ad alcuni e che risultano vantaggiose per altri e che, nei fatti, comportano che individui, o gruppi sociali faticano a stare “dietro”, perché dinnanzi ci sono pochi privilegiati.  

Un solo elemento vorrei aggiungere a questa riflessione appena avviata. 

La questione legata alla domanda su quale cambiamento ci dovremo attendere, richiede un’assunzione di responsabilità, che si traduce nell’esercizio collettivo a trovare soluzioni eque, compatibili, pacifiche, solidali, nel mondo che verrà. Una responsabilità che non concede l’esercizio della delega a vantaggio di alcuno. 

Insieme è già tempo di chiederci quale sia il cambiamento che faccia invertire la rotta ed interrompa quella tendenza di morte, di violenza, di fughe, emigrazioni, diseguaglianze, discriminazioni, guerre, arretratezza, consumismo ed individualismo malattie letali, come il  Covid19 , sui quali abbiamo aperto gli occhi: frutti malati di una globalizzazione selvaggia e della “indifferenza”, come denunciato da Papa Francesco. 

Ed ecco la prima utopia possibile: vorrei chiamare a raccolta coloro che possono risultare decisivi per un cambio di mentalità e di prospettiva vicini e lontani. 

Non credo che alcuno abbia la bacchetta magica. Né servono professionisti della politica. Immagino ed auspico che un grande convivio cui partecipino poeti, artisti, letterati, contadini, artigiani, intellettuali non narcisisti ma al servizio della comunità, medici, cooperatori e volontari; e, fra tutti questi gruppi, una nutrita maggioranza di donne. Tutti con il compito di riflettere, dialogare, ricercare le pratiche e le soluzioni per rendere attuativi i principi negati della Costituzione in tema di lavoro, di salute, di ambiente, di istruzione, di pace e non violenza, di libertà religiosa, di sviluppo locale ed ecosostenibile.

Siamo verso la fine di un tunnel, ma dovremo essere pronti a ritrovare ragioni ideali alte di bellezza, di giustizia, di libertà, sui quali costruire la politica, l’economia, i rapporti civili. Tutto ciò è possibile. 

Se dopo il secondo conflitto coloniale donne ed uomini, di varia cultura e fede politica e religiosa hanno scritto e pagine più belle dei diritti costituzionali e se il Manifesto di una federazione di Stati d’Europa, fu scritto nella condizione di esiliati a Ventotene da Spinelli, Colorni e Rossi, perché non ritrovare slancio, passione per nutrire oggi e qui questa utopia e dare ad essa attuazione in questa fase di ricostruzione e di cambiamento? Il cambiamento se non ora, quando? 

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