Un cambio radicale: le politiche del lavoro, prima di tutto

di Antonino Mantineo

Il provvedimento adottato giusto ieri dal Governo italiano costituisce il primo passo deciso per fare ripartire l’Italia, superata l’emergenza sanitaria. Nella riflessione su quali potranno essere gli effetti del credito alle imprese si pone la questione legata alle scelte che l’Unione europea dovrà adottare nel suo complesso, per non agire disordinatamente e confusamente, nei confronti della spesa pubblica europea e dei singoli Stati, superando e rivedendo i vincoli finanziari che sono stati imposti, fino ad essere esplicitamente richiamati nella nostra Costituzione, improntati al rigore e alla stabilità del sistema finanziario. Anche su questo fronte si gioca una partita difficile ma decisiva per un rilancio anche del sogno di un’Europa giusta e solidale, modello del welfare e dei diritti umani, diversa dall’Europa delle banche e dei nazionalismi e dei muri che si vanno erigendo, nei Paesi già comunisti, con autoritarismi di destra che si affacciano prepotenti.  Proviamo insieme a riflettere – pur nei limiti, di spazio e di tempo, di cui siamo consapevoli – a cosa serva, ma veramente!, perché da questa emergenza si esca e da ora e per l’innanzi, si possano indicare e fare scelte,  prioritariamente nell’interesse generale. Perché la ripartenza che, a parole, tutti auspicano, non ci riporti alla condizione da cui siamo partiti. Siamo, infatti, molto preoccupati che dopo la paura, l’insicurezza, l’isolamento, le scelte pubbliche, o anche quelle di tanti privati vadano decisamente verso una ricostituzione dei blocchi di potere, per i quali importa soprattutto continuare a mantenere un sistema economico e finanziario così diseguale, così squilibrato, in cui i ricchi mantengano o vengano loro ripristinati tutti i privilegi e coloro che siano marginali possano, semmai, accedere ad un sistema di mera sussistenza. Questo sistema che, soprattutto negli ultimi anni si è radicalizzato – i poveri sempre di più nel numero e nella condizione e nell’accesso ai servizi ed i ricchi sempre più arricchiti e sempre in numero più ridotto – tradisce ogni prospettiva di democrazia e nega quei valori costituzionali che abbiamo indicato essere la magna charta cui abbiamo il dovere di richiamarci, per costruire un’utopia possibile. Perché, lo ripetiamo, un altro mondo è possibile se solo lo vogliamo. E non tanto i nostri leaders, i capi, le organizzazioni padronali: una rivoluzione gentile e dal basso deve nascere e crescere dai cittadini, anzi, dai poveri. 

Partiamo da un elemento. La crisi emergenziale che il coronavirus ha prodotto nelle nostre vite e nelle comunità è stata, primariamente crisi del sistema sanitario. Il prezzo maggiore è stato pagato in quelle regioni che in questi anni sono andate in avanti nel proporre e realizzare un modello misto della sanità, in cui molte delle risorse sono andate a vantaggio del sistema sanitario privato, mentre il sistema pubblico si è ritrovato con vincoli di bilancio e nel turn-over che hanno comportato un sottodimensionamento nell’impiego del personale. Non è un caso che uno dei primi provvedimenti governativi adottati in questi giorni, sia stato quello di procedere con l’assunzione di personale medico, infermieristico ed assistenziale straordinario, che solo ha consentito di colmare i vuoti di organico nelle strutture ospedaliere. Si è fatto ricorso, persino, alla chiamata, su disponibilità, di migliaia di medici ed infermieri, con una selezione ed una procedura le più celeri, per il tramite di un avviso pubblico del Ministero della Salute, promosso da spot nelle tv di stato e commerciali.   

La risposta all’appello certamente ha consentito di affrontare l’emergenza. Ha posto, altresì, in luce quanti danni siano stati prodotti in questi anni attraverso un continuo, costante smantellamento del sistema, negando l’inserimento lavorativo di personale sanitario, in nome del contenimento della spesa e della sua razionalizzazione. Ho avuto avversione al fatto che si sia enfatizzata la risposta massiccia, ben oltre ogni rosea aspettativa, di migliaia di volontari. Non perché non abbia fiducia nei gesti di solidarietà concreta, fattiva che sempre si manifesta anche nel nostro Paese, nei momenti di crisi e nei disastri ed avversità naturali, anche causate, come in questi mesi da una pandemia: soprattutto da parte dei giovani. Temo, però, che il reclutamento sia esso stesso frutto di una fame di lavoro che da tempo c’è, che è drammatica al Sud e che i governi da almeno venti anni hanno sottovalutato. Una democrazia che non offra delle opportunità lavorative è non solo tradita ed incompiuta, ma è traballante, vacilla nelle sue fondamenta perché riduce la coesione sociale, non garantisce l’equità, comporta la disaffezione, la sfiducia, negando la partecipazione ed il contributo che attraverso il lavoro le donne e gli uomini possono dare alla crescita della comunità.

Dicevamo che abbiamo bisogno di tirare fuori il meglio per trovare le ragioni e la direzione che si vorrà dare al post-emergenza. 

Qui indicherei i settori economici e sociali che, a mio parere, hanno da subito necessità di rinforzarsi attraverso un inserimento, in tempi brevi, di migliaia di giovani per garantire   nel mondo del lavoro.

Sanità, istruzione, università, ricerca, agricoltura, ambiente, mobilità e trasporti sostenibili. Tutti settori pubblici che da tempo hanno accumulato ritardi, inefficienze, lungaggini, arretratezza sui quali occorre un rilancio in termini di sviluppo, di investimenti: a partire dall’occupazione di giovani competenti, lasciati ai margini e dall’innovazione tecnologica. Certo la ripresa occupazionale passa anche dal settore privato e dal lavoro autonomo che, però, dovranno essi stessi restituire al lavoro dignità, sicurezza sui luoghi, miglioramento delle retribuzioni. Un elemento di fondo che nel nostro Paese va ripensato e modificato è quello dei redditi da lavoro dipendente, in tutti ii settori. Troppe sperequazioni e squilibri tra redditi, ingiustificati. 

Non si tratterà di elaborare delle ricette facili. Qui abbiamo lanciato solo la questione. 

Pensiamo in grande, perchè non vogliamo che dopo la paura di un virus che uccide ed arreca morte, muoiano territori interi, desertificati per la fuga di migliaia di giovani, e non muoia la speranza che cambiare si può. 

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