Chi ci salverà?

di Felice Scalia

Con la luce che si intravede in fondo al tunnel, è comprensibile che ci si affacci al dopo-coronavirus. Saremo migliori, saremo peggiori? Saremo quelli di sempre, saremo creature nuove in una società che ripudia i suoi vecchi errori? 

Senza sarcasmo, ho l’impressione che si moltiplichino i “Demiurghi”, come sugli spalti degli stadi, la squadra perdente trova sempre i suoi “allenatori” e “giocatori” da salotto. Ma il problema resta terribilmente serio. E benediciamo chi “cerca” soluzioni di vita per tutti; meno chi ha ricette magiche e si atteggia all’ ”Uomo ( o alla donna) della Provvidenza”.

Io non so rispondere a quegli interrogativi e mi limito a raccontarvi una storia bella, una di quelle che ci dicono come l’uomo sia imprevedibile non solo nel male ma anche in gesti di inaspettata luminosità.

L’antefatto.

Tra i baraccati di una città italiana, alla fine degli anni ’60, ebbi tanti amici. Con la maggior parte di essi ho perso i contatti, ma con una famiglia no, ci sentiamo, ho avuto una fitta corrispondenza e di essa ho seguito vicende dolorose e gioiose.

Solo alla fine della sua vita ho conosciuto il padre di questa famiglia. Spesso era in carcere con qualcosa da scontare. La madre invece la conobbi al mio primo approccio al villaggio di lamiere raccattate chi sa dove, di cartelloni pubblicitari tolti dalle strade e messi a fare da porte, muri perimetrali, ecc. Era domenica e la signora era circonfusa da una nuvola di fumo. Stava bruciando grasso su un fuoco di rametti. Segnale – mi spiegò – per le sue vicine ficcanaso, che a casa sua si mangiava carne quel giorno. Era solo grasso; di carne neppure l’ombra. O era pudore della propria povertà? 

Una bambina – 5 anni circa – poco lontana dal fumo, alla lettera, mangiava terra. 

Nel corso degli anni i quattro figli maschi divennero tossici, con un andirivieni dal carcere, dalla strada, dai centri di recupero, da baruffe con “gli amici”, da lavoretti illegali (spaccio, furtarelli a volte picareschi…) o al limite della legalità. Tre di essi muoiono di dose, overdose e di strada. Per anni l’unica a lavorare fu la madre (pulizia di scale, piccoli servizi a qualche famiglia…), poi qualcuna delle quattro ragazze, come commessa. Col peggiorare della situazione (problemi di salute, di avvocati, di stenti, di tossicodipendenza) la madre era attesa la sera da qualcuno dei figli in astinenza, per essere derubata del guadagno del giorno. 

Da diversi anni le figlie si sono sposate e, in qualche modo, sistemate. Alla larga però da casa. La madre rimane con l’ultimo dei figli tossici (“Posso abbandonarlo? Dove starei bene pensando a lui?”) ma a poco a poco, diventa lei stessa incapace di badare a sé, alla casa e al figlio. Perde anche il lavoro. Si immagini a quale prezzo si sopravvive in quella abitazione diventata antro.

Nel quartiere dove abita, la famiglia è conosciuta suscitando rabbia, insofferenza, perfino ribrezzo, fino a quando tutto si capovolge.

Ed ecco il fatto.

La miseria in cui si è ridotta quella donna, lo scheletro maleodorante in cui si è trasformato quel figlio suo, quel fantasma di donna che esce di casa per evitare l’inferno, questi elementi, al tempo del coronavirus cambiano in compassione il vecchio ribrezzo dei vicini. Scuotono perfino i sopravvissuti compagni di malefatte dei ragazzi morti. Non hanno bisogno di molto tempo per scoprire che a quel numero civico non si mangia per nulla carne arrostita. Sanno che non si mangia affatto. Ed allora…

Con una lettera, una giovane donna, amica della nuova superpovera, avverte il Sindaco della tragedia che si sta consumando tra quelle mura. Arriva l’Assessore ai servizi sociali, e provvede, in tempi incredibilmente brevi, a dare una mano consistente. Nuovo alloggio comunale con canone mensile di poche diecine si euro, utenze a spese del Comune, aiuti in viveri di prima necessità. 

Se già questo in giorni come i nostri sa di miracolo, è ancora più “miracoloso” il comportamento del quartiere. Dietro la porta di un bar chiuso, qualcuno mette una scatola sigillata, con una fessura adatta, per potere raccogliere gli aiuti che i poveracci del quartiere sono invitati anonimamente a dare per “M. e mamma sua”. Nessuno ruba il tesoro (terzo miracolo!). E quando venerdì scorso 17 aprile, l’Assessore apre la scatola, si apprende che i poveri avevano dato ai più poveri di loro, oltre un migliaio di euro.

O mythos deloi oti”, “la favola insegna che …” – scriveva Esopo. 

Quanto ho raccontato non è favola ma realtà, ed io non voglio insegnare niente a nessuno. Ho solo una domanda. Dopo avere assistito all’immondo balletto dei ricchi europei su come fronteggiare la comune planetaria disgrazia, su chi, in altri termini, deve contribuire a risollevare dalla indigenza la stragrande maggioranza della popolazione europea e mondiale, mi chiedo chi ci deve “salvare”, chi indicherà la strada verso un mondo meno cinico e feroce. Viene dai poveri la salvezza? Viene dalle vittime? Viene da un sommovimento morale dal basso? 

Io risponderei di sì ai tre modi di porre l’unica domanda. Non da ora mi impiglio in simili speranze. Da quando ho accolto che “il Povero”, il “Figlio dell’uomo” è venuto per i “poveri”, e da quando ho trovato conferma in alcuni stimati amici. Se l’esperienza mi ha tante volte smentito, devo dire che mai mi ha deluso. Un’altra esperienza quotidiana conferma una lapidaria affermazione delle Scritture (Sal 49,13): “L’uomo nell’abbondanza non capisce, è come gli animali che periscono”. La vicenda del Covid19 insegna che i “grandi” ci hanno condotto su strade di morte e per riprendere strade di vita non possiamo ritenere salvatori gli stessi autori del disastro.

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