Una proposta da cui partire: un reddito universale e dignitoso per tutti

di Antonino Mantineo

Vogliamo ancora farci cullare dai sogni e dalle utopie, perché non ci vogliamo svegliare, dopo la catastrofe della pandemia, ripiombando nel mondo che avevamo lasciato. I discorsi che ascoltiamo da chi ha responsabilità di governo, non solo in Italia, ci fanno temere, infatti, che non si voglia cambiare rispetto ai guasti sociali ed ambientali che ci hanno fatto scoprire quanto siamo vulnerabili e fragili nella salute, ma che si voglia tornare al punto in cui siamo stati aggrediti dalla pandemia. Non solo quella del coronavirus, ma quella che si annida nelle nostre società occidentali: il virus dell’indifferenza e della rassegnazione, che ci hanno resi impotenti di fronte al modello di economia e della finanza cui ci siamo assoggettati. Quel sistema globale si è mostrato sempre più aggressivo e violento verso l’uomo e verso la natura, creando disastri e scempi ambientali, fondandosi sulla logica del “prima io”, portando all’onnipotenza l’individualismo per il quale gli altri, tutti, sono solo “scarti”, “esuberi”. Rassegnati pure a pagare qualche prezzo alla globalizzazione, anche quello di constatare un malessere diffuso nelle nostre società opulente: alienazione, sfruttamento, emarginazione sociale. Rassegnati pure ad assistere impotenti ai poveri del mondo che annegano tra i flutti o dinanzi a muri invalicabili. 

Un mondo altro è possibile, dopo il coronavirus? Solo se abbattiamo l’idolo del dio-denaro e delle borse che rapinano guadagni facili e speculativi che non hanno a cura la salute, il benessere, il benvivere delle persone. Solo se rivoltiamo il sistema che continua a violentare madre terra e che non ha smesso di fabbricare armi e il suo commercio, neppure durante la pandemia.

In questi giorni di assordante silenzio da quarantena, Papa Francesco ha rotto il silenzio della morte delle notti di quaresima, e salutando la risurrezione ci ha ricordato che abbiamo il diritto alla speranza. Ma di quale speranza dobbiamo coltivare il diritto?

Un diritto ad un salario giusto ed universale. Questo è un primo passo verso una speranza visibile e concreta. Papa Francesco lo ha indicato ancora una volta nell’appello rivolto al movimento dei poveri della terra, perché è dai poveri che può nascere la speranza di un mondo “altro”. Perché anche Gesù risorto è apparso alle donne, portatrici di vita, raccomandando loro di invitare i discepoli ad incontrarlo in Galilea, li attende in quella regione: nella terra degli esclusi perché da lì i discepoli possano iniziare a testimoniare e trasmettere il messaggio di vita all’umanità in attesa di salvezza. 

Un cambio di sistema, che è molto di più del cambio di passo, e qualche aggiustamento nei conti pubblici che, però, ci riporti al punto dove eravamo sprofondati. Un cambio radicale che deve partire dal restituire dignità e diritti agli esclusi, di ogni angolo. Siamo ben consapevoli che tale cambiamento richiede un capovolgimento delle posizioni oggi in campo. E non sarà un sistema politico alternativo alla democrazia che possa operarlo. Anzi, la democrazia rimane il modello preferibile, anche perché possiede meno difetti rispetto agli altri sistemi esperimentati. Certo, anche la democrazia è perfettibile e migliorabile. Per questo abbiamo già espresso l’adesione ai valori della nostra Carta Costituzionale, della democrazia partecipativa, dei beni comuni indisponibili – salute, istruzione, aria, acqua, terra, ambiente –  della giustizia sociale, ovvero della distribuzione equa della ricchezza, del welfare universalistico, dell’economia solidaristica, che pone i limiti alla proprietà privata nella <<funzione sociale>>, nell’ <<interesse generale>>, nell’<<utilità sociale>>. Che propone modelli alternativi alla stessa proprietà nelle esperienze collettive di gestione e di programmazione.  

Oggi vogliamo indicare alcune priorità, sul tema del lavoro perché era e rimane la priorità per costruire una comunità solidale.

  1. Un piano immediato per il rilancio nel Paese dell’occupazione giovanile.

Una, o anche due generazioni di giovani li abbiamo condannati negli ultimi anni all’emarginazione sociale e alla disperazione: fuori da ogni possibilità di lavoro che non fosse precario, a termine, a contratto, di collaborazione. E ciò è avvenuto in tutti i settori, non solo in quello privato ma anche in quello pubblico.

Si deve porre il lavoro come la vera priorità per un rilancio autentico dei servizi pubblici., i quali – anche qui invertendo una logica che si è protratta insistita negli ultimi anni, debbono qualificarsi per qualità, economicità, efficienza, ma non vanno smantellati a favore del privato, né ai criteri meramente aziendali debbono ispirarsi – rimangono irrinunciabili nei settori essenziali che incidono sulla vita delle persone: sanità, istruzione, ricerca. Un vero rilancio economico si avrebbe investendonelle risorse giovanili che, a partire da quei settori debbono potere entrare nel mondo del lavoro, immettendo competenze e conoscenze, anche innovative.

Certo il lavoro è variabile che si determina anche dagli investimenti e dalla crescita nel settore privato. Qui abbiano gli imprenditori il coraggio di interrompere quella spirale mortale per la quale convengono tutte le forme di assunzione, tranne la stabilizzazione e il tempo indeterminato. Coraggio loro che richiede anche la fine della legislazione che ha distrutto il lavoro come garanzia e tutela. 

Serve, invece, un piano questo sì straordinario, ma che sa tanto di normalità ritrovata, di lavoro che veda il fiorire dell’investimento sociale di tutte le forme alternative e costruite dal basso, di economia civile, ovvero delle attività e servizi nella cura dei beni comuni, dell’aria, dell’acqua, dell’ambiente e del territorio, dei servizi di cura della persona e della società, compreso il tempo libero.

2. E’ prioritaria la scelta di una politica dei redditi redistributiva ed egualitaria.

Non è tollerabile che la ricchezza sia concentrata nelle mani di pochi. Penso ai manager privati e pubblici, agli amministratori di società pubbliche e private dei servizi e della produzione i quali percepiscono redditi e profitti individuali, equivalenti ai salari di migliaia dei loro dipendenti. Se il Papa ci indica come obiettivo di speranza un salario universale dignitoso e giusto si richiede che vi sia aggiustamento radicale nella distribuzione della ricchezza. Non si vuole così proporre un modello di economia pianificata e controllata di tipo statalista, ma un’economia che torni al servizio della persona umana. Così l’avevano immaginato anche i nostri Costituenti. E le norme costituzionali questo ancora sono capaci di determinare (artt. 41, 42, 43, 44, Cost.).

3. Attuare politiche fiscali e contributive ispirate solo dalla logica della progressività e della proporzionalità (art. 53 Cost.).

La democrazia perché si ispiri e sia retta da politiche del lavoro e della spesa sociale che garantiscano i servizi essenziali, sanità, istruzione, energia, ambiente e sicurezza del territorio, trasporto, richiede una revisione in senso solidaristico e egualitario del sistema fiscale. Per garantire, infatti, l’universalità di quei servizi occorre che la gratuità e l’accesso vengano assicurati per coloro che non hanno i mezzi, ma venga partecipata e finanziata, invece, da coloro che li hanno e, in misura progressiva, da coloro che ne hanno in misura maggiore. 

Vanno tassati non solo i profitti, ma anche le rendite, anche quelle finanziarie che oggi risultano non tracciabili e spesso volatili verso i paradisi fiscali. Vanno tassate le transazioni finanziarie, che viaggiano con i movimenti on line e sulle borse internazionali. Vanno tassate in misura maggiore, prima di riconvertirle, quelle attività che arrecano danni all’ambiente e all’uomo.

Ma perché non si vuole dare ascolto alle ragioni di fondo, alle cause che ci hanno reso così fragili e vulnerabili? Perché non credere che, invece, questo mondo così bello ha bisogno di essere rifondato a partire dalle scelte che riguardano la casa comune? In fondo a questo e solo a questo deve servire l’oeconomia.     

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