“Non è andato tutto bene, non ne siamo usciti migliori”

di Vincenzo Bertolone – Arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace

Non è andato tutto bene, come con troppo ottimismo si cantava, e neppure – sembra – ne stiamo uscendo migliori, come ci si augurava. Dalla quarantena l’uomo pare essere venuto fuori incarnando le parole di una delle opere più celebri del poeta George G. Byron.
Non c’è bisogno di richiamare esempi e situazioni, anche recenti, per averne conferma. Tantomeno, nessuno – o quasi – può alzare la mano per non aver scagliato la prima pietra, specialmente sui social trasformati in sfogatoi, per non dir di peggio. Sono stati giorni in cui è stato possibile constatare, oltre ogni ragionevole dubbio, come il sottile, costante piacere dell’odio venga distillato come un liquore prezioso: anche quando non esplode in atti inconsulti esteriori, avvelena l’anima e intossica l’esistenza.

Purtroppo, non si tratta più di casi isolati, perché quest’assenza di anima sta dilagando. Si dimenticano le tragedie del passato, s’invoca costantemente il male del prossimo, si emettono sentenze inappellabili per gli altri, assolutorie per se stessi. Evidentemente, c’è stata un’interruzione nella trasmissione della memoria storica e dei valori che ne erano il presidio: i genitori si sono distratti, la ricerca del successo e del benessere ha avuto la meglio sull’educazione dei figli, la scuola non è stata posta in grado di supplire a queste lacune che hanno assunto dimensioni spaventose e alle quali ora bisogna con urgenza porre rimedio.

È il tempo dell’odio, e non si fa nulla almeno per cercare di attenuarlo. Anzi, lo si coltiva quietamente dentro di sé. Netta è la sensazione che i fanatismi e l’intolleranza stiano pericolosamente aumentando, che l’insicurezza e le nevrosi dilaghino, che i giovani vivano – per lo più – in uno stato di d’indifferenza, privi come sono di lavoro, d’impegno e di cultura. Eppure, esempi positivi non mancano e vanno moltiplicandosi, anche se fanno meno rumore del male in mezzo al quale fioriscono: crescono l’attenzione verso il prossimo, la carità verso i bisognosi, il rifiuto dell’ingiustizia e della violenza.
È strano il radicarsi in contemporanea del bene e del male, dell’impegno e dell’apatia, del senso della vita e dell’insensatezza più disperata; ma è ciò che accade quotidianamente nella costruzione di un mondo che si vorrebbe più sicuro di sé e del suo futuro, animato da sentimenti di libertà, fraternità, giustizia. Ideali antichi, la cui rievocazione reca con sé il rischio di cadere nella retorica, tante sono state le occasioni nelle quali se ne è consumato il tradimento.

Eppure, la loro attualità è ben evidente, la loro necessità irrinunciabile. Come diceva lo scorso Gennaio papa Francesco, «abbiamo bisogno di sapienza per accogliere e creare racconti belli, veri e buoni. Abbiamo bisogno di coraggio per respingere quelli falsi e malvagi. Abbiamo bisogno di pazienza e discernimento per riscoprire storie che ci aiutino a non perdere il filo tra le tante lacerazioni dell’oggi; storie che riportino alla luce la verità di quel che siamo, anche nell’eroicità ignorata del quotidiano».

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