Il piccolo, grande, oro d’Italia

di Domenico Bilotti

La pandemia non è stata investigata e perimetrata ancora adeguatamente, se negli Stati Uniti e in Brasile i numeri crescono vorticosamente e persino nelle repubbliche asiatiche, che prima avevano sperimentato il morbo e le sue restrizioni, alcuni equilibri cominciano a saltare. L’Italia non fa eccezione all’incertezza generale – non solo quella socio-economica, ma anche quella epidemiologica globale. Drastici, buoni ultimi, rallentamenti sembrano paradossalmente una singolare dissonanza rispetto ai giorni e giorni di contagi bloccati, soprattutto in alcune regioni, su quote impattanti e per più profili preoccupanti. 

Un tema di fondo ce lo si può, e deve, riconoscere e riguarda in definitiva come sono problematicamente andate avanti le categorie sociali più deboli almeno nella forchetta dell’anno tra inizio marzo e inizio giugno. Senza voler sciorinare dati (peraltro in corso di selezione, elaborazione e formazione) questo Paese ha indiscutibilmente scoperto una vena normalmente sotto-esposta di solidarietà sociale, quella forma di religiosità sotterranea, stavolta laica, di cui parlava Ellul a proposito della continua dialettica tra diritto e libertà nel cristianesimo. Stiamo parlando di una solidarietà, purtroppo, che non si è sempre potuta servire di una grande base organizzativa o di un preciso impianto giuridico di riferimento. Quanto a questo aspetto, la recente riforma del Terzo Settore, che guardava a un modello di privato sociale sul paradigma della open society (invero discutibile), ha – o meglio aveva – tante buone frecce al suo arco, ma si è in larga misura perduta nei latenti, assenti o erranti corredi applicativi. Qui, si ragiona di quella istanza spontanea, in larghissima misura ineluttabilmente pre-giuridica (e proprio il gius-positivista non deve vergognarsi di notarlo), che ha visto nascere un po’ a macchia di leopardo comitati per la raccolta di cibo e coperte, somministrazione farmacologica assistita, devoluzione (ancora troppo occasionale) di alloggi ai senzatetto. 

È una piccola Italia di cui si parla poco. Non gioca in borsa, non fuma crack, non ha parenti nella stanza dei bottoni. È quella Italia, per capirci, che paga le bollette, che vive del suo lavoro, che mantiene il fluidificante del piccolo consumo interno di base. Un’Italia che non aveva obbligo istituzionale di dare, visto che è così spesso disatteso il suo diritto istituzionale a ricevere (prestazioni, strumenti promozionali, certezza ed equità del diritto). È un’Italia che ha pregato, che ha agito, che non ha avuto un nome, uno spot, uno slogan, un partito, una rappresentanza, nei mesi del lockdown. E che con prudenza e rispetto ha spesso dovuto far da sé, cercando di attuare nelle proprie piccolezze le giuste misure precauzionali. Se questi esempi ci devono sembrar qualcosa, è difficile non trovarli eroici. Aggettivo peraltro sovente deprecabile a propria volta, ma certo più appropriato qui che per le elefantiache raccolte di fondi messe in campo da istituzioni che avrebbero avuto a disposizione istituti anche normativi preferenziali, qui che per le crociate verbose di troppi presidenti regionali con le loro politiche disattente, qui che per i rigurgiti d’egoismo di categorie sociali invece meglio rappresentate. Italia in Covid-19 non è stata solo questa. È stata, certo, anche razzismo, opportunismo, menefreghismo: quello che si è e si peggiora nelle crisi. Eppure, accanto all’incubo di un Paese privo di legame affettivo, è spuntato un po’ di Sole dal senso di chi vive abitando il presente. 

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