Covid-party negli Stati Uniti: la negazione della gioia

di Domenico Bilotti

Gli Stati Uniti sono senza ombra di dubbio un Paese ferito. La loro grandeur geopoliticamente forse terminata si unisce a una spaventosa forbice sociale che divide la Everyday America dalla Glitter America ormai da decenni. La filosofia dei corpi lo dimostra quasi violentemente: a un modello femminile e anche maschile da serial quasi californiano si associa un concreto vissuto di esponenziali malattie legate al rifiuto del corpo, al rigetto del corpo imperfetto che in un gioco di vipere però aggrava la sua presunta imperfezione infliggendosi il vizio della deformazione. 

E lo dimostra in modo ancora più basico la spietata realtà sociale. Quasi tre milioni di contagiati da Covid-19: uno spicchio ridottissimo (stimabile tra il 10 e il 20% dei malati) ha potuto permettersi esattamente i protocolli terapeutici richiesti. 

Le ferite d’America stanno anche nel modo in cui questa si è rapportata al terribile outbreak di contagi. Un’America da ferite alla gola, da fosse comuni. Un’America finanche bavosa, nella quale componenti sociali demograficamente non irrilevanti (nella provincia meridionale, ad esempio) non rinunciano, anche con casi gravissimi acclarati, a ritenere il virus un’inezia, una bazzecola o, peggio, una montatura orchestrata dai nemici degli USA per fiaccare la loro schmittiana-nietzscheiana <volontà di potenza>. L’America che fa i sit-in privi di contenuto contro il Covid è la stessa America in cui i suoi giovani rampolli organizzano in ville private e persino in luoghi pubblici o esercizi commerciali dei deliranti Coronavirus-party in cui si invita il maggior numero di contagiati possibile e chi risulta positivo prima degli altri commensali vince un premio. Sia chiaro. Il conseguimento della maggiore età nelle società avanzate imbolsite porta con sè il demone di un carico nichilistico di autodissipazione. Potremmo quasi dirci di esserci in qualche modo passati tutti. Come insegnava la no-wave la tentazione è sempre la stessa: distruggiti perché il sistema ti distrugge. Evadi col tuo sciente desiderio di abbatterti le categorie eteronome dell’abbattimento imposto. Ti vogliono regolare, devastati. Amendt, forse il più eminente sociologo tedesco del disagio, morì investito da un autista ubriaco e sotto effetto. Proprio lui, che tutta la vita aveva difeso scientificamente la dignità di chi si uccide un pezzo alla volta per darsi l’illusione di durare davanti alle intemperie vere e presunte dell’esistenza. Ciononostante, questi Covid-party non hanno nulla né della proposta controculturale né dell’autolesionismo come autorappresentata via di dissoluzione contro il sistema. Sembrano piuttosto la negazione della gioia. La società americana aveva già sperimentato dissoluzioni simili al tempo del secondo uprising dell’HIV. In quel caso, uno spicchio dell’elite artistica e patrimoniale della cultura afroamericana organizzava party omosessuali di trasmissione dell’AIDS. Il messaggio era veramente suicida: ormai il morbo si cura coi “cocktails farmacologici”, ergo consumiamo rapporti omosessuali non protetti per dimostrare che siamo forti. Tragica svista: il cocktail terapeutico non è un aperitivo, non a tutti basta e morire di ghiribizzo non è una medaglia al valore. L’impressione è che la smania dei covid-party sveli la stessa strutturale fragilità etica. Una società che cerca di difendersi da se stessa annientandosi; accettandosi transitoria e fungibile perché si pensa in fondo colposamente indistruttibile. Nel caso di specie forse hanno giocato un ruolo due fattori che esulano dall’analisi giuridica e che perciò il giurista deve prendere umilmente cum grano salis in attesa di vagliarli nel prisma della sfera contenziosa sua propria. Rifiutare di prenderli in considerazione sarebbe in ogni caso indice di incompletezza di sguardo. Questa venefica reazione reagisce a sua volta alla duplice tenaglia del racconto mediatico sulla pandemia: prima la brutale semplificazione sui rischi di un morbo appena più grave di altri che doveva lasciare tutto inalterato; poi le campane a morto di un’epidemia che tutti avrebbe dovuto moralizzarci e migliorarci e modificarci. In seconda battuta, l’altra reazione latentemente ideologica è contro tutto il mito di questa società americana, che si è autointestata la sua irripetibile consumabilità. Un singolare ossimoro se pensiamo che ciò che si consuma spira all’utilizzo e ciò che è irripetibile invece ha da durare. Ai ragazzini che cadono a queste sirene si può solo dire di non aver paura della gioia, di non rintanarsi nel vacuo godimento che assimila una sera e di prepararsi a godere sempre della sola cosa che reitera la gioia: proteggersi vivendo, viver proteggendosi. Senza il cappello cupo dei predicatori insani e senza le loro più note e simmetriche sorelle: le promesse fatue di evasioni imminenti. Quelle, si, scavan fonde galere. 

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