‘Ndrangheta: il cappio al collo della Regione Calabria

di Saverio Di Bella

Il modello di gestione dei poteri costruito dalle mafie trova nella Calabria, dominata e condannata pesantemente dalla ndrangheta, una realizzazione perfetta.

La Regione è infatti controllata da una mafiocrazia politico-economica capace di influenzare i risultati elettorali, di coschizzare l’economia, di imporre gli interessi e la cultura della ndrangheta.

La ndrangheta è così diventata un cappio al collo della Calabria e dei calabresi. Chi la dirige tira il cappio e la Calabria non respira neanche.

Bisogna togliere questo cappio mortale. Per farlo occorre riconoscerlo.

Vediamone alcuni aspetti nodali.

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Tre esempi, tutti negativi. Perché occorre accrescere l’allarme civile – non solo in Calabria – contro il pericolo rappresentato dalla ndrangheta per l’intero Paese. La Calabria è semplicemente il terreno al cui interno gli elementi dello scontro e del rischio di sconfitta dello Stato e delle sue leggi, sono più evidenti. Anzi, sono di una tale evidenza che nessuno può contestarne il peso drammatico che hanno assunto nella Regione e che tende a ricadere sull’intero Paese.

Scegliamo gli esempi negativi non perché manchino quelli positivi in assoluto. Ma perché, sul piatto della bilancia, il peso degli elementi negativi è preponderante.

Primo esempio. 

L’arresto per concorso esterno ad associazione mafiosa, del Presidente del Consiglio regionale della Calabria – Domenico Tallini.

Ciò che emerge e che segna il nuovo orizzonte imprenditoriale della ndrangheta è quello che lavora nel settore della distribuzione di medicinali nelle farmacie e parafarmacie.

Questo elemento si può valutare, per la sua importanza strategica, tenendo presente che circa l’80% del bilancio della Regione Calabria è assorbito dalla spesa sanitaria. Tenendo presente ancora che la totalità delle ASP Calabresi sono state sciolte per mafia. Il che significa che la matassa degli interessi mafiosi ha già coschizzato il settore sanità.

Si può anche ipotizzare che la sanità sia da una parte il terreno di scontro per la supremazia tra cosche nella Regione, e dall’altra uno dei veicoli attraverso i quali la ndrangheta si fa strada verso il Nord sia per allargare i propri spazi di controllo territoriale sia per riciclare denaro sporco. Non a caso il referente privilegiato del Sig. Tallini sembra essere la cosca dei Grande Aracri.

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Se si considera che la ndrangheta opera già nell’eolico, nel solare, nel settore alimentare, nell’agricoltura, nel settore della ristorazione, nel turismo, nel gioco d’azzardo etc.. e che gestisce un Pil di 48 miliardi di euro contro i 9 miliardi di euro della Regione Calabria, si avrà una idea precisa dei rapporti di forza che la ndrangheta ha in Calabria.

Ebbene, si sta colonizzando anche il settore farmaceutico, chiudendo il cerchio con il controllo delle ASL e degli ospedali pubblici e privati.

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Secondo esempio.

In meno di dieci giorni sono state bruciate tre figure di Commissari alla Sanità della Regione Calabria: uno in carica e due designati.

Sullo sfondo non  ci sono solo le Asp coschizzate, gli intrallazzi e le inesistenze di bilanci, gli ospedali chiusi. C’è un buco nero:  il mistero di  quattrocentomila morti iscritti nelle liste  di assistenza sanitaria, sui quali nessuno osa fare chiarezza. Rebus sic stantibus si capisce perché ci siamo trovati a dovere scriver spesso che se c’è la mafia non c’è lo Stato, e se c’è lo Stato non c’è la mafia. Deduttivamente in Calabria lo Stato ha abbandonato il territorio e l’economia della Regione alla ndrangheta.

Restano pochi presidi dello Stato repubblicano importanti simbolicamente. Ma, a loro volta, quasi isolati da una strategia capace di attaccare a fondo e di distruggere la ndrangheta. Qualcuno ha deciso che con la ndrangheta si deve convivere.

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Terzo esempio.

Il Signor Antonio Pontoriero, condannato a 20 anni per l’uccisione del sindacalista del Mali – Sacko –  oggi è libero, dopo solo due anni di galera. Nei meandri della burocrazia e degli inciampi e dei cavilli procedurali, di cui i processi sono ricchi, qualcuno ha scoperto che a Pontoriero doveva essere concessa la libertà. Il sindacalista del Mali viene ucciso due volte.

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Questo quadro della Calabria può apparire desolante e spingere a ritenere che la Regione sia irredimibile. Noi continuiamo ad usare il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà, secondo l’insegnamento di Gramsci. Perciò concludiamo con il sottolineare che le condizioni disperate della Calabria offrono anche una occasione, al Governo in carica, per dimostrare che la lotta alle mafie – in particolare la lotta alla ndrangheta – non sono una finzione, una sceneggiata; sono una scelta di civiltà per riportare in Calabria la democrazia repubblicana. Che esiste la volontà di sradicare questo fenomeno criminale dalla Regione, dall’Italia, dal mondo intero. Che questa volontà trova nelle leggi già esistenti o in altre da promulgare, attraverso il Parlamento, le armi necessarie per battere la ndrangheta.

Con una consapevolezza: per vincere bisogna dare ai calabresi, che ancora restano abbarbicati alla propria terra,  lavoro e diritti – inclusi i doveri – sanciti dalla Costituzione, a partire dagli articoli 3 e 4 della stessa  e fornendo alla Calabria le infrastrutture che mancano a cominciare dalla banda larga.

Senza tutto questo la ndrangheta continuerà a dominare la Calabria e ad espandersi altrove.

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