Si sbrighi a far giorno che la notte è passata

 di Luigi Mariano Guzzo

Dalle cronache degli ultimi giorni la nostra regione e Catanzaro ne escono fuori con le ossa rotte: malaffare, corruzione, perniciose commistioni tra istituzioni, criminalità organizzata e massoneria deviata. Le responsabilità personali saranno accertate nelle aule dei tribunali, com’è giusto che sia. Ma, al di là delle vicende giudiziarie, assistiamo al consumarsi di una tragedia morale. Eppure, non possiamo fermarci alla rassegnazione e alla stanchezza. Ché dalle macerie, anche da quelle morali, individuali e sociali, si deve ripartire. Il filosofo cattolico Antonio Lombardi, di fronte alla distruzione provocata su Catanzaro dai bombardamenti del 1943, scrive la sua “Filosofia delle rovine” e ci ricorda che i “tempi perigliosi” sono anche quelli in cui “tornano a fiorire la bontà, la generosità, il coraggio”. Fin da quando, l’anima umana – annota il filosofo – “sente l’amore della vita e ne scopre la riposta bellezza”, non può che continuare ad albergare nel cuore di tutti noi “la speranza e il velato riflesso d’un infinito bene”.

Certamente, è “vasta” la “rovina” arrecata dal maligno alla “creatura prediletta” di Dio, che è la Calabria, come leggiamo in una delle pagine più belle della letteratura – permettetemi di dire – italiana, nata dal genio di Leonida Rèpaci. Ed è bello, moralmente terapeutico, soprattutto in queste ore, seguire la narrazione, che assume i tratti di un mito cosmogonico. Il Signore, “teso in un vigore creativo”, con un pugno di “argilla verde con riflessi viola” promise a sé stesso di realizzare un capolavoro e così avvenne: la Calabria “uscì dalle sue mani più bella della California e delle Hawaii, più bella della Costa Azzurra e degli arcipelaghi giapponesi”. Compiaciuto di quanto realizzato, il Signore si lasciò andare ad una “dolce sonnolenza”. Del riposo divino ne approfittò il diavolo per attribuire alla nostra terra le calamità, i mali, i bisogni e le necessità che tutti conosciamo. La tentazione di chiedersi se Dio stia ancora riposando è forte. In realtà, il mito continua raccontandoci di un risveglio traumatico e doloroso per il Signore, che “scaraventò con un gesto di collera il Maligno nei profondi abissi del cielo”. 

C’è un’immagine che, personalmente, mi ha sempre colpito: “aperti gli occhi”, scrive Rèpaci, il Signore “poté abbracciare in tutta la sua vastità la rovina recata alla creatura prediletta”. L’abbraccio del Padre, in questa Genesi della nostra terra – biblicamente parlando –, è in direzione della “rovina recata”. Ed ormai che la ferita, coinvolta all’interno del vortice della misericordia divina, si trasforma in feritoia di speranza, il Padre può finalmente canticchiare alla Calabria, alla creatura prediletta, a tutti noi, una nenia rassicurante: “Utta a fa jornu c’a notti è fatta. Si sbrighi a far giorno che la notte è passata”.

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