Agitu Ideo Gudeta: stella di speranze, costruttrice di ponti

di Domenico Bilotti

Nel titolare queste considerazioni si potrebbe benissimo dire che l’invidia sociale, l’emarginazione, la svalutazione femminile e le politiche migratorie sono nell’Italia di oggi i primi complici tacciabili di concorso in omicidio. Agitu Ideo Gudeta era una bella, giovane, donna, di origine etiope. Una quarantenne solare, quasi febbrile, ottimista. Una testa pensante col cuore alla terra che abitava (il Trentino) e l’anima rivolta a quella di provenienza, ai suoi usi, ai suoi riti, ai suoi valori (Addis Abeba). Coltivatrice del popolo Oromo, sin da giovanissima aveva combattuto lo sfruttamento delle terre che latifondisti e multinazionali andavano compiendo contro i piccoli appezzamenti dei coltivatori diretti. A qualcuno questa storia sarà sembrata un’ulteriore conferma della risacca politica del proletariato internazionale: una giovane istruita, femminista, che lotta per i campi e i semi nativi, non in fabbrica o contro l’alleanza atlantica. Nulla di più ipocrita e fasullo. In Etiopia, come avvenuto in Senegal, come ancora succede in Nigeria e in Egitto, la sottrazione delle terre ai contadini, l’utilizzo delle forze armate pubbliche e dei corpi paramilitari privati, gli investimenti ecologicamente rischiosi delle multinazionali, si legano a filo doppio. Chi con la sapienza tradizionale della propria cultura agricola poteva sbarcare il lunario rischia concretamente di ingrossare una nuova e ignorata servitù della gleba, dove i grandi capitali internazionali muovono le pedine sul risiko della materie prime e le lobbies interne di eserciti, famiglie e confraternite dettano le regole sul fronte delle libertà civili, politiche e sociali. Agitu era sfuggita da questo, non con la coda tra le gambe, ma a testa alta. Non è diventata la testimonial di se stessa, non si è limitata a venire in Italia a raccontarci una storia in bianco e nero. Si è messa a lavoro seriamente, nelle produzioni biologiche, quella frontiera “green” di cui la società rischia di parlare più all’ora dell’aperitivo che non quando c’è da difendere i diritti di chi lavora ancora e talora in condizioni proibitive nel settore dell’agricoltura (alcuni milioni di persone solo in Italia, giusto per capirci). 

Era divenuta una piccola imprenditrice. Donna, di colore, al profondo Nord. Negli ultimi anni aveva subito fenomeni di razzismo strisciante rispondenti ad almeno due ordini di motivi. Qualcuno le rimproverava apertamente le prime affermazioni nel suo campo (una donna di successo, una donna migrante di successo, troppo per non dire che “vengono a rubarci posti di lavoro”). Qualcuno, non sapremmo dire se meglio o peggio, insisteva sui più tradizionalmente squallidi argomenti del colore della sua pelle, della sua sessualità, delle abitudini del suo popolo. 

Il male sa metterci la coda: Agitu non è stata uccisa da un suprematista bianco, ma da un suo dipendente per una questione, in verità ancora nemmeno accertata, di stipendi arretrati, al termine di una lite occasionale – o così pare: il giudizio accerterà, deve accertare. Il racconto investigativo già dice molto: nelle terre di Agitu Gudeta, stallieri, coltivatori, formatori, condividevano gli stessi spazi. Non c’era gerarchia produttiva e di certo non c’era gerarchia sociale. L’uomo che la ha uccisa ha lamentato la sua condizione di disagio interiore, per la famiglia ghanese ormai lontana e in gravi difficoltà economiche: uno stipendio italiano, regolare, può significare qualcosa di importante in un villaggio dove mancano servizi e dove la miseria costringe a cedere al ricatto. Non c’è mai spiegazione sufficiente per una vita che viene tolta con la foga e con la violenza, ma il reo confesso di quell’omicidio ci sembra in controluce uno degli infiniti Agitu che non è riuscito a sfuggire davvero dalle maglie e dai fantasmi del sistema che lo ha messo ai margini. È un sistema che estrae ormai la vita e non solo il lavoro altrui alienando e che considera come errori meramente eventuali le frustrazioni che portano a stragi. Delitti con una efferatezza aggiuntiva, in un mondo che associa sin troppo spesso una oscura valenza simbolica alla soppressione fisica della donna sino alla violenza post mortem. 

Agitu Ideo Gudeta ce la ricordiamo e ricorderemo con la parlata molto cadenzata, quasi scherzevole, della sua operosa intrapresa, non con i colpi in testa o i fuseaux scagliati via. Ce la ricorderemo come la donna di una tribù antica che aveva provato a mostrarci un mondo nuovo. 

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