Sbilanciamoci! (seconda parte)

Sostieni l’appello per ricostruire il Paese dopo l’epidemia: 10 punti per un nuovo ruolo dell’intervento pubblico, un sistema economico e produttivo sostenibile, la tutela di lavoro, redditi e territorio, la centralità di welfare e servizi pubblici universali, la lotta alle disuguaglianze, la giustizia fiscale.

Dopo la pandemia di coronavirus l’Italia non sarà più come prima. L’economia arretra, la società si frammenta, la politica fatica a pensare al futuro. Tocca a noi tutti progettare la ricostruzione di un paese migliore, di un’Italia in salute, giusta e sostenibile. Proponiamo un percorso che individui dieci punti fermi, sulla base delle elaborazioni già presenti tra esperti e organizzazioni sociali. A partire da questi si possono sviluppare le linee guida da un lato per le misure d’emergenza immediata, e dall’altro, in una prospettiva più ampia, per i comportamenti delle imprese, le iniziative della società civile, le politiche future.

I dieci punti fermi che proponiamo sono:
1. la ricostruzione di un sistema produttivo di qualità con un nuovo intervento pubblico
2. un’economia sostenibile sul piano ambientale
3. la tutela del lavoro, la riduzione della precarietà, la garanzia di un reddito minimo
4. la centralità del sistema di welfare e dei servizi pubblici universali
5. la centralità del servizio sanitario nazionale pubblico
6. la tutela del territorio e una casa per tutti
7. la riduzione delle disuguaglianze economiche e sociali
8. la riduzione delle disuguaglianze che colpiscono le donne e il riconoscimento del lavoro di cura
9. la giustizia nell’imposizione fiscale
10. un quadro europeo e internazionale coerente con un’economia e una società giusta.

Il percorso che proponiamo è la formazione di un gruppo di lavoro di esperti che sviluppi i dieci punti fermi in proposte concrete – ambiziose ma realizzabili – di interventi economici, cambiamenti sociali, riforme politiche e istituzionali. E la formazione allo stesso tempo di un’alleanza tra organizzazioni sociali, sindacati, campagne della società civile, comunità ed enti locali, forze politiche che condividono questa prospettiva e si impegnano a realizzare i cambiamenti proposti.

Introduzione

La pandemia di coronavirus ha creato una situazione di emergenza che riguarda le nostre vite, il lavoro, l’economia, la società. Nel primo mese ha causato 14mila morti in Italia. Metà dell’umanità è chiusa in casa. Ha imposto pesanti limitazioni sociali e sacrifici economici ai cittadini. Ha aggravato oltre misura il carico di lavoro del personale della sanità, provocando molte vittime. Ha costretto il governo – in Italia come altrove – a prendere misure straordinarie per tutelare la salute e limitare le conseguenze economiche e sociali: tra spesa pubblica diretta per sussidi e garanzie sui prestiti alle imprese siamo arrivati all’ordine di grandezza di un quarto del Pil italiano. Molti hanno paragonato la crisi attuale a una situazione di “guerra”, che richiede una mobilitazione di risorse economiche ed energie sociali senza precedenti. La risposta all’emergenza ha tuttavia stimolato una nuova solidarietà, il senso di comunità, la speranza di poter realizzare i cambiamenti necessari.

Oggi, nel mezzo dell’emergenza, è necessario utilizzare queste risorse sociali e gli strumenti messi in campo dalle politiche non solo per affrontare le esigenze immediate, ma anche per progettare come possiamo ricostruire l’economia e la società italiana dopo la pandemia. Quale Italia vogliamo?

Innanzi tutto un’Italia in salute, capace di garantire a tutti condizioni di vita adeguate, capace di prevenire le malattie e curare le patologie sociali, capace di restare uno dei paesi con la più alta speranza di vita del mondo.

Poi, un’Italia giusta. Di fronte a una pandemia che può colpire tutti, e che chiama tutti a cambiare le proprie vite, l’esigenza di giustizia deve tornare a prevalere dopo decenni in cui le disuguaglianze si sono allargate, i profitti sono cresciuti a danno dei salari, i guadagni della finanza, concentrati tra i più ricchi, sono stati elevatissimi.

Infine, un’Italia sostenibile. Sono molti i legami tra l’insostenibilità ambientale del nostro modello di sviluppo e il peggioramento delle condizioni di rischio e di salute. Il cambiamento climatico è alla radice di molti dei disastri “naturali” e degli “eventi estremi” che hanno colpito il paese. Solo un’Italia sostenibile dal punto di vista ambientale, protagonista nel contrasto a livello mondiale al cambiamento climatico, può prevenire nuove gravi emergenze di origine ambientale.

In questa cornice è necessario ribadire la necessità di un rafforzamento della nostra democrazia, attraverso la partecipazione dei cittadini e il corretto funzionamento delle istituzioni. È questo il modo migliore per combattere i rischi di restrizione dei diritti, autoritarismo e nazionalismo che attraversano il nostro paese.

La crisi economica e sociale e le misure già introdotte fanno emergere alcuni punti fermi da cui partire; individuiamo qui dieci punti che possono definire la traiettoria per l’Italia da ricostruire dopo la pandemia, in un’Europa capace di cambiare rotta. Dieci punti fermi su cui costruire un percorso di approfondimento – con l’impegno di un gruppo di lavoro di esperti – per arrivare a proposte e linee guida per le attuali misure d’emergenza, per i comportamenti delle imprese, per le iniziative della società civile, per le politiche future. Dieci punti fermi su cui costruire un’alleanza tra organizzazioni sociali, sindacati, movimenti e campagne della società civile, comunità ed enti locali, forze politiche che condividono questa prospettiva e si impegnano a realizzare i cambiamenti proposti. I dieci punti fermi sono qui delineati in modo preliminare; dovranno essere precisati con un lavoro comune.

1. La ricostruzione di un sistema produttivo di qualità con un nuovo intervento pubblico

L’emergenza ci ha fatto pensare alle attività “essenziali” e a quelle di cui si può fare a meno. I beni alimentari, le produzioni sanitarie e i servizi pubblici da un lato; le grandi navi al centro del contagio, la produzione di armi, il calcio in tv tutte le sere dall’altro. È una riflessione da cui partire nel progettare la ricostruzione dell’economia del paese. Non può essere “il mercato” – com’è stato in passato – a stabilire che cosa produrre sulla base dei profitti ottenibili. Il che cosa e come produrre deve emergere da una visione del bene comune, da scelte sociali e politiche che definiscano un modello di sviluppo di qualità, con attività ad alto contenuto di conoscenza e tecnologia, alta qualità del lavoro, e piena sostenibilità ambientale. Dopo vent’anni di recessione e ristagno dell’economia italiana, un nuovo sviluppo ha bisogno del ritorno all’“economia mista” del dopoguerra, con un forte intervento pubblico nella produzione, nelle tecnologie, nell’organizzazione dei mercati, orientando in modo preciso le scelte delle imprese attraverso le politiche della ricerca, industriali, del lavoro, ambientali.

L’azione pubblica nell’economia deve appoggiarsi su una pubblica amministrazione rinnovata, efficace, capace di operare per l’interesse pubblico. Occorre riordinare la presenza dello Stato nelle grandi imprese italiane in un gruppo industriale pubblico. Serve una Banca pubblica d’investimento che rinnovi e estenda la Cassa Depositi e Prestiti. Serve una rinnovata azione pubblica che ridimensioni, controlli e regoli la finanza privata. Serve una radicale trasformazione del ruolo del CIPE. Serve un’Agenzia nazionale per l’industria e il lavoro che intervenga per far ripartire le imprese messe in ginocchio dalla crisi e ne rilanci le produzioni. Serve un’Agenzia per la ricerca e sviluppo, l’innovazione, gli investimenti in nuove tecnologie. Serve un’Agenzia pubblica che indirizzi le produzioni legate al sistema sanitario del paese. Serve un soggetto economico pubblico che guidi la transizione verso la sostenibilità ambientale. Nuove imprese possono nascere con capitali privati e partecipazioni pubbliche iniziali. La domanda pubblica può essere utilizzata per stimolare innovazioni e investimenti.

Dalla politica di questi anni fondata sul sostegno indiscriminato alle imprese, attraverso facilitazioni e incentivi fiscali, bisogna passare al sostegno selettivo e mirato di produzioni e attività economiche strategiche e utili al paese: infrastrutture materiali e sociali, attività ad alta intensità di conoscenza, innovazione e lavoro qualificato. Al posto delle politiche “orizzontali” che lasciavano fare al mercato, l’impegno pubblico per la ricostruzione dell’economia potrebbe concentrarsi in tre aree: la sostenibilità ambientale, le attività per la salute e il welfare, le tecnologie digitali. I primi due ambiti sono discussi nei punti successivi. Le tecnologie digitali hanno applicazioni in tutta l’economia: il web, l’informatica, il software, le comunicazioni, le apparecchiature elettroniche, i servizi digitali pubblici e privati. Qui l’Italia ha perso grandi capacità produttive e si è abituata a importare quasi tutto dall’estero; si devono ricostruire le competenze necessarie per uno sviluppo di qualità e occorre garantire a tutti gli italiani un servizio universale di banda larga minima.

All’opposto, ci sono produzioni da ridimensionare e riconvertire, utilizzando gli stessi strumenti di politica industriale: innanzi tutto l’industria delle armi, che non producono sicurezza, ma nuovi conflitti, poi le produzioni ambientalmente insostenibili (punto 2) e le attività e i servizi di più bassa qualità sociale.

Ci sono grandi imprese in difficoltà da anni – come Ilva e Alitalia – per cui è essenziale un intervento diretto dello stato per realizzare le necessarie riconversioni e mantenere le attività economiche. L’estensione del “golden power” del governo a diversi settori produttivi essenziali per l’economia italiana è un passo significativo per proteggere l’industria nazionale di fronte ai rischi di acquisti da parte di imprese straniere. Occorre però una programmazione più ampia con le imprese; vanno sviluppati accordi di lungo periodo con gruppi di imprese italiane e con le multinazionali che producono in Italia, offrendo i benefici di queste politiche e della domanda pubblica in cambio di piani precisi di produzione, garanzie contro la delocalizzazione all’estero delle produzioni, mantenimento della sede nel nostro paese e pagamento delle tasse in Italia, reinvestimento dei profitti, ricerca, occupazione qualificata.

Per favorire il miglioramento tecnologico delle produzioni italiane è necessario un massiccio investimento nella scuola, nella ricerca pubblica e nell’università, ritornando ai livelli di spesa e personale di dieci anni fa e favorendo il ritorno dei ricercatori italiani emigrati all’estero. Nella pubblica amministrazione e nelle imprese occorre aumentare le competenze e le capacità innovative, spingendo le aziende sulla via della ricerca e delle nuove tecnologie.

Nel ricostruire la base produttiva del paese è essenziale rovesciare la divergenza tra poche aree dinamiche – in Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte –, un Centro-nord che ristagna o declina e un Mezzogiorno abbandonato a se stesso. La riduzione dei divari, nelle capacità produttive prima ancora che nei redditi, tra le regioni italiane dev’essere un obiettivo prioritario della nuova politica industriale.

L’eliminazione dei divari tra i territori del nostro paese è lo strumento più efficace per combattere mafie e criminalità organizzata. È inoltre necessaria la tracciabilità ai fini antimafia dei pagamenti legati ai fondi pubblici per l’emergenza.

Un ritorno all’intervento pubblico non è privo di difficoltà e rischi. Serve una nuova generazione di politiche che evitino di cadere negli errori passati: la collusione tra potere economico e politico, la corruzione e il clientelismo, la mancanza di trasparenza e di controllo democratico. Servono una politica e una pubblica amministrazione con alte competenze, capacità di organizzare le risorse del paese e dare risposte ai bisogni. Per cominciare, è necessario ripristinare regole sul meccanismo delle “porte girevoli”, e rompere così la pratica del passaggio continuo di manager e banchieri a responsabilità pubbliche e di politici a responsabilità aziendali, una fonte di collusione e corruzione; passaggi di questo tipo possono essere possibili solo dopo almeno cinque anni di interruzione degli incarichi precedenti.

Per assicurare la coerenza delle politiche realizzate è necessario prevedere meccanismi di valutazione – trasparenti e partecipativi – degli impatti a breve e lungo termine degli strumenti messi in campo.

Accanto all’esigenza di un nuovo modello di crescita economica, c’è bisogno di cambiare il metro di misura che abbiamo. Vanno sviluppate misure efficaci del benessere e della sostenibilità, a partire dal BES (il Benessere Equo e Sostenibile documentato dall’Istat) per poter valutare i progressi del paese verso un nuovo sviluppo.

2. Un’economia sostenibile sul piano ambientale

L’economia del dopo-emergenza dovrà essere basata su prodotti, servizi, processi e modelli organizzativi capaci di utilizzare meno energia, risorse naturali e territorio e di avere effetti minori sugli ecosistemi e sul clima. Il blocco della produzione legata alla pandemia ha portato a ridurre le emissioni di CO2; la ripresa dell’economia deve mantenere le emissioni sotto le soglie necessarie per evitare il cambiamento climatico.

La prospettiva del Green New Deal, aperta anche dalla Commissione europea, deve diventare un aspetto chiave delle politiche di cambiamento, con una visione d’insieme e grandi risorse. Occorrono però obiettivi precisi e misure concrete. Per l’energia si può fissare l’obiettivo del 100% di elettricità prodotta da fonti rinnovabili entro il 2050 e prendere misure che aumentino radicalmente l’efficienza energetica di abitazioni, uffici, motori, elettrodomestici, eccetera.

Per le auto, si può fissare l’obiettivo di eliminare la produzione di motori a combustione interna entro il 2030. Per i trasporti delle persone si deve passare dal modello dell’auto privata individuale alla mobilità integrata sostenibile, sviluppando forme alternative di mobilità, il trasporto pubblico locale e i servizi ferroviari sulla media e corta distanza, dove si concentra l’80% dell’utenza. Per il trasporto merci si devono ridimensionare le reti della logistica e scoraggiare il trasporto merci di lunga distanza su gomma. Entrambi i progetti richiedono grandi programmi di investimenti pubblici, centrati sulle “piccole opere”.

Occorre ridimensionare le posizioni di rendita, in particolare dei monopoli che controllano le reti elettriche e energetiche, che rappresentano un ostacolo alla conversione energetica. Bisogna puntare sull’agricoltura biologica – con produzioni sostenibili e di piccola scala – sulla chimica verde, su una cantieristica che sviluppi il trasporto merci via mare al posto del turismo su enormi navi da crociera che hanno un gravissimo impatto ambientale. L’intero ciclo di vita delle merci va riorganizzato sulla base dell’“economia circolare”, avvicinandosi all’obiettivo di “rifiuti zero”, favorendo il recupero e riuso dei materiali, moltiplicando gli impianti di riciclaggio al posto di inceneritori e discariche.

Gli interventi in tutti questi ambiti potrebbero essere coordinati da un’Agenzia per la sostenibilità, un soggetto economico pubblico che dia coerenza a strategie e investimenti, promuova la ricerca e l’innovazione ambientale, organizzi la domanda pubblica, orienti l’azione delle imprese private, facendo delle produzioni sostenibili un punto di forza dell’economia del paese.

Occorre un’eliminazione progressiva dei quasi 20 miliardi di sussidi pubblici che vanno ogni anno ad attività che danneggiano l’ambiente, in particolare i combustibili fossili. A parità di imposizione fiscale complessiva, occorre spostare il carico fiscale verso un ampio uso di tasse ambientali; in questo modo si possono “correggere” i prezzi dei beni e spingere produttori e consumatori a comportamenti più sostenibili. Il principio di sostenibilità deve diventare un criterio pervasivo in tutte le scelte individuali e collettive.

In parallelo, è necessario intervenire sul fronte dei consumi. Accanto al che cosa e come produrre c’è il tema del che cosa e come consumare. Per spingere verso nuovi comportamenti – fondati su sobrietà e sostenibilità – lo strumento fiscale può essere fondamentale per favorire il passaggio da consumi individuali a consumi collettivi, da beni privati in beni pubblici, dallo spreco alla sostenibilità dell’economia.

3. La tutela del lavoro, la riduzione della precarietà, la garanzia di un reddito minimo

Il lavoro non è una merce. Dev’essere questo il punto di partenza per ricostruire le politiche del lavoro, in quattro dimensioni essenziali.

La prima è la tutela dell’occupazione durante la crisi e la creazione di nuovi lavori in attività come quelle descritte nei due punti precedenti. Molti dei posti di lavoro attuali andranno persi e per questo è necessaria un’Agenzia per l’industria e il lavoro che intervenga per far ripartire le imprese messe in ginocchio dalla crisi, ne rilanci le produzioni, operi come datore di lavoro di ultima istanza (punto 1). L’intervento pubblico e i finanziamenti ai privati per nuove iniziative devono essere concentrati nelle attività di qualità sopra delineate, con alta produttività, alti salari e adeguate tutele del lavoro. I nuovi investimenti devono essere distribuiti in modo da offrire opportunità di lavoro soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno e nelle aree periferiche più colpite dalla crisi. In parallelo, l’occupazione nel settore pubblico va allargata con un milione di assunzioni – attraverso concorsi – in tre anni, per compensare, non solo nella sanità, le perdite di personale dovute al mancato rinnovo del turnover e per disporre delle nuove competenze necessarie a uno sviluppo di qualità del paese guidato da un nuovo intervento pubblico. Un modo ulteriore per mobilitare le energie dei giovani senza lavoro è coinvolgere 200 mila giovani l’anno nel servizio civile nazionale, specie nelle attività che aumentano la solidarietà sociale, la sostenibilità ambientale, la partecipazione.

Il secondo aspetto chiave è la riduzione della precarietà, che in vent’anni è passata dal 12 al 24% dei lavoratori dipendenti del settore privato. Occorre discutere la proposta volta a ridurre le forme contrattuali a quelle essenziali: il tempo indeterminato, il tempo determinato (con maggiori vincoli di quelli attuali), le possibilità di part-time, l’apprendistato, la collaborazione continuativa e occasionale. Va reintrodotta la tutela dal licenziamento prevista dall’articolo 18. In questa cornice è necessario l’aggiornamento della legislazione sul lavoro inserendo la garanzia di eguali diritti fondamentali per tutti i lavoratori, a prescindere dalla tipologia di rapporto di lavoro. Dev’essere drasticamente ridotto il precariato nelle pubbliche amministrazioni e nei servizi pubblici. La stabilità dei contratti di lavoro dev’essere un criterio rilevante nella concessione di finanziamenti pubblici alle imprese. Allo stesso tempo occorre pensare alla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, utilizzando sgravi fiscali e altre misure, sia per estendere l’occupazione, sia per favorire la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro (punto 8).

La tutela dei salari è un’esigenza essenziale. Tra i lavoratori dipendenti del settore privato solo il 10% con i redditi più alti ha mantenuto il potere d’acquisto in termini reali che aveva 25 anni fa, tutti gli altri si sono impoveriti, con una perdita che è stata del 20% per il 25% dei lavoratori con i salari più bassi. Occorre rafforzare la contrattazione nazionale, limitando quella aziendale, e introducendo la validità erga omnes dei contratti collettivi di lavoro firmati dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative. Occorre rafforzare il ruolo del sindacato con una legge sulla rappresentanza sindacale per stabilire in base al voto dei lavoratori quali sono i sindacati maggiormente rappresentativi. Occorre introdurre un salario minimo agganciato ai minimi previsti dai contratti nazionali, avvicinando i livelli di diverse categorie, in modo da offrire una tutela anche ai lavoratori non coperti dai contratti nazionali.

La garanzia di un reddito minimo va introdotta al di là dell’emergenza, colmando la lacuna maggiore del nostro sistema di welfare universale. La pandemia ha mostrato i “buchi” ancora presenti nel nostro sistema di tutela dei redditi e lotta alla povertà. Al di là di interventi temporanei come l’estensione del cosiddetto reddito di cittadinanza e il “reddito di quarantena”, occorre rinnovare ed estendere il reddito di cittadinanza eliminando la componente legata alla ricerca di un lavoro e assicurando in particolare la copertura di tutti i cittadini in condizioni di povertà assoluta. La tutela del reddito minimo riguarda anche i pensionati. Le riforme pensionistiche degli ultimi anni, con il passaggio al sistema contributivo, garantiscono una pensione dignitosa solo ai lavoratori con elevate contribuzioni e un rapporto di lavoro continuativo. Il sistema pensionistico, l’assegno sociale e la “pensione di cittadinanza” vanno ridefiniti e ampliati per garantire a tutti i pensionati un reddito dignitoso. Questi interventi sono strumenti essenziali per la riduzione delle disuguaglianze (punti 7 e 8).

4. La centralità del sistema di welfare e dei servizi pubblici universali

Il welfare state è una componente essenziale del “modello sociale” europeo costruito nel dopoguerra: sanità, scuola, università, previdenza, assistenza e altre attività essenziali sono servizi forniti in misura prevalente dall’intervento pubblico nella forma di servizi pubblici universali, pensati per soddisfare i bisogni e garantire i diritti dei cittadini.

Negli ultimi decenni il welfare state è stato molto ridimensionato: le privatizzazioni e i tagli di spesa hanno limitato universalità, efficacia e qualità dei servizi. In molti casi i diritti sociali non sono più stati garantiti, alcune attività del welfare sono tornate a essere merci vendute sul mercato. Le attività di imprese private si sono moltiplicate, a partire dagli ambiti più profittevoli, come le pensioni, la sanità e le università private. Varie ondate di “contro-riforme” hanno imposto alle agenzie pubbliche di comportarsi sempre più come imprese private – nella previdenza fondata sul sistema contributivo, nelle “Aziende sanitarie locali”, nella gestione di scuola e università. Finanziamenti ridotti, blocco del turnover del personale, pressioni per “far pagare” gli utenti hanno reso molti servizi di welfare più simili alla produzione di merci vendute sul mercato a “clienti” in grado di pagare.

Il welfare non è un “costo” per il sistema economico privato, è un sistema parallelo che produce beni e servizi pubblici e assicura la riproduzione sociale in base a diritti e a bisogni, anziché alla capacità di spesa. L’economia stessa, con le sue rapide trasformazioni, richiede processi di formazione continua delle persone, una rete di protezione, assistenza e previdenza che assicuri a tutti una tutela che individui o categorie di lavoratori da soli non possono più garantirsi. È il welfare che rende possibile la qualità e competitività dell’economia e produce la qualità sociale e ambientale che il Prodotto Interno Lordo (Pil) – fondato sul valore delle merci – non è in grado di misurare.

Le lezioni della pandemia sono che il sistema di welfare pubblico universale – per quanto indebolito negli anni – ha saputo svolgere un ruolo essenziale nella tenuta del paese. Occorre ora riconoscerne il ruolo essenziale e rifinanziare in modo adeguato tutta l’azione pubblica nella sanità, scuola, università, ricerca, previdenza, assistenza, ambiente. Le infrastrutture sociali del paese devono essere largamente ricostruite e rinnovate, dopo decenni di tagli negli investimenti pubblici. Gli spazi per i privati e il mercato in questi campi vanno fortemente ridimensionati. Alcuni ambiti – gli asili, l’assistenza all’infanzia e agli anziani, i servizi per disabili, le residenze per anziani – vanno fortemente sviluppati recuperando decenni di ritardo dei servizi pubblici del nostro paese. Va abbandonata la logica del “welfare familiare” che si è tradotta in un enorme carico di lavoro di cura per le donne e in un milione di lavoratrici domestiche e familiari, in prevalenza migranti, le meno protette in questa crisi. Va abbandonata la logica del “welfare aziendale” che crea nuove disparità tra i lavoratori. Un obiettivo ragionevole per l’Italia è di arrivare agli standard nord-europei in termini di spesa pubblica per abitante e di qualità in tutti i servizi pubblici.

In questo quadro non vanno dimenticati i diritti di cittadinanza e accoglienza per i migranti, tra i gruppi più esposti all’emergenza. Nell’immediato, occorre regolarizzare le migliaia di persone straniere che vivono stabilmente nel nostro paese ma sono prive di un titolo di soggiorno. Poi occorre abrogare i “decreti sicurezza”, ripristinare la protezione umanitaria, sostenere il sistema di accoglienza diffusa, riconoscere la cittadinanza ai giovani di seconda generazione e garantire a tutte le persone migranti presenti in Italia l’accesso ai servizi pubblici. L’epidemia ha lasciato ancora più sole le persone senza fissa dimora, i rom, i più bisognosi: i servizi sociali devono attrezzarsi a riconoscere e dare risposte adeguate alle situazioni di marginalità più grave.

Più in generale, la pandemia ha mostrato i punti più deboli del welfare italiano: l’inadeguata copertura universale, l’insufficiente tutela del reddito delle persone più povere e marginali, l’assenza di servizi sociali, tutti ambiti su cui occorrono cambiamenti profondi.

Il sistema di welfare può essere il motore di uno sviluppo ad alta qualità sociale e ambientalmente sostenibile, con un forte aumento dell’occupazione regolare nel settore pubblico e una riqualificazione profonda del mondo delle cooperative sociali. Se consideriamo l’insieme delle attività che ruotano intorno al welfare troviamo la produzione di conoscenza, la ricerca, la cultura; l’uso di tecnologie digitali nella didattica, comunicazione, organizzazione dei servizi; la produzione di macchinari e impianti utilizzati nella sanità e nell’assistenza; le grandi risorse finanziarie che vanno alla previdenza. Si tratta di pensare lo sviluppo del welfare come un sistema di attività avanzate, ad alta intensità di conoscenza e di lavoro con medie e alte competenze, un sistema verso il quale indirizzare programmi di ricerca “mission-oriented” e un piano per la ricostruzione delle infrastrutture sociali, facendone un motore della qualità dello sviluppo del paese.

La scuola, la formazione, l’università, la cultura, il patrimonio artistico e scientifico hanno un ruolo centrale perché sono gli strumenti stessi che possono portarci verso una più alta qualità sociale. Rilanciare la scuola pubblica come luogo di apprendimento, partecipazione e cultura civica, rilanciare la spesa per queste attività, rimotivare il personale, ridurre la dispersione scolastica, calibrare le attività di formazione, finanziare il diritto allo studio, tornare a far crescere il numero di studenti universitari e laureati sono misure essenziali. Inoltre, con la pandemia è tornata evidente la natura essenziale di un sistema dell’informazione che sia capace di un approccio documentato, critico e pluralista.

Quest’impegno per il welfare pubblico si deve tradurre in obiettivi precisi sia della spesa, sia delle prestazioni fornite. L’insieme della spesa per il welfare italiano in rapporto al Pil dovrebbe raggiungere entro il 2025 anni il livello dei paesi del nord Europa. Per le prestazioni, è necessario il rafforzamento dei livelli essenziali di assistenza in ambito sanitario e l’adozione dei livelli essenziali di assistenza negli altri ambiti, a partire dai servizi sociali (asili nido, non autosufficienza, edilizia pubblica, eccetera). Occorre considerare le medie nazionali esistenti e potenziare le capacità delle regioni più arretrate per favorire una rapida convergenza in tutto il paese.

Dati i limiti delle risorse pubbliche, l’espansione del welfare italiano deve andare in parallelo a un ridimensionamento di altri ambiti, in particolare la spesa militare, che deve essere portata sotto la soglia dell’1% del Pil, riconvertendo l’industria bellica e liberando così risorse per le attività sociali e sanitarie essenziali.

5. La centralità del servizio sanitario nazionale pubblico

All’interno del sistema di welfare sopra discusso, l’Italia vantava uno dei sistemi sanitari più avanzati in Europa, un sistema pubblico e universale che ha portato gli italiani ad avere una delle più alte speranze di vita del mondo, pur con un finanziamento inferiore a quello di paesi più avanzati. Quello che ha permesso al Servizio Sanitario Nazionale di reggere di fronte all’epidemia sono state le sue radici culturali e deontologiche, la sua natura di servizio pubblico definita dalla riforma istitutiva del 1978, la motivazione del personale della sanità che opera in questo contesto a tutela della salute di tutti.

Tutto questo è avvenuto nonostante le spinte alla privatizzazione della sanità di questi decenni, una strada sbagliata e pericolosa. La sanità privata è stata del tutto irrilevante di fronte all’epidemia e dove più si è sviluppata, come nella Regione Lombardia, più grave è stata l’incapacità di dare risposte all’emergenza.

Anche la frammentazione regionale del servizio sanitario ha portato a crescenti, gravi divari nelle prestazioni e nelle capacità d’intervento; andrebbe discussa una riorganizzazione su base nazionale.

Intorno alla salute ruota una parte importante delle attività del paese. La salute è al centro della parte più dinamica della ricerca scientifica, dell’innovazione nelle biotecnologie, dell’industria farmaceutica, delle produzioni di apparecchiature elettromedicali, dell’uso di tecnologie digitali, di servizi avanzati in vari ambiti. Quest’insieme di attività va considerato come un sistema da sostenere attraverso nuove politiche che, accanto alla spesa per i servizi sanitari, valorizzino e rafforzino le capacità produttive del nostro paese in questi ambiti. Questo “sistema economico della salute” dovrebbe essere guidato da un’Agenzia nazionale che coordini strategie e investimenti, promuova la ricerca e lo sviluppo di nuove competenze produttive e di servizio, organizzi la domanda pubblica, orienti l’azione delle imprese private, facendo di questo sistema un punto di forza dell’economia del paese.

Interventi specifici sono richiesti per quanto riguarda l’industria farmaceutica e la protezione brevettuale dei farmaci. In questi decenni si è consolidata una forte concentrazione mondiale in poche grandi imprese farmaceutiche – nessuna italiana – e sono cresciute in modo estremo le rendite legate ai brevetti sui farmaci, i quali si basavano largamente sui finanziamenti della ricerca pubblica per la salute. I monopoli farmaceutici hanno portato a un forte incremento della spesa pubblica per farmaci e all’impossibilità per molti paesi – non più soltanto i paesi poveri – di acquistare i farmaci necessari di fronte alle emergenze sanitarie locali, a epidemie come l’Aids, a malattie come l’epatite C. Ora si deve affermare che l’interesse pubblico dev’essere superiore alla logica dei profitti privati. Per il vaccino e le cure contro il coronavirus sono già al lavoro moltissimi ricercatori pubblici, e occorre un accordo preliminare tra governi, ricercatori e imprese farmaceutiche per evitare brevetti privati in questo campo e assicurare l’accesso a tutti a farmaci a basso costo, forniti gratuitamente dai servizi sanitari nazionali. Come già in passato, in Italia si può creare un forte polo pubblico dell’industria farmaceutica, in grado di dare risposte ai bisogni del servizio sanitario nazionale, condizionare le dinamiche di mercato, favorire lo sviluppo della ricerca.

Si deve guardare alla salute non solo su base nazionale. La salute è un diritto e bene pubblico globale perché non può essere prodotto come una merce venduta sul mercato a consumatori individuali e perché è minacciato dalla mancanza di salute (o, appunto, dalla nascita di epidemie) in ogni punto del pianeta. Occorre coordinare le iniziative a livello mondiale attraverso l’OMS e a livello di Unione Europea, stabilendo regole e standard sanitari comuni che aumentino la capacità di prevenzione.

Anche per il sistema sanitario pubblico occorre un significativo aumento di spesa, dall’attuale 6,5% del Pil ai livelli di Francia e Germania che sono di due punti più alti rispetto al Pil. Vanno ripensate molte politiche sanitarie: occorre puntare a politiche di prevenzione, alla creazione di una rete di presidi socio-sanitari a livello territoriale, ridimensionando l’enfasi sulle prestazioni sanitarie e i grandi ospedali. Le disparità tra regioni vanno rapidamente ridotte: l’aspettativa di vita in Campania è di 2 anni e 6 mesi inferiore a quella del Trentino; il modello regionale del passato che ha portato a tali risultati va riconsiderato. Il settore socio-sanitario, i laboratori di analisi e la riabilitazione sono ambiti ora in gran parte occupati da logiche di mercato; vanno riportati all’interno del servizio sanitario nazionale. Un’altra crisi sanitaria che riceve pochissima attenzione in Italia è quella delle morti e degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali; occorre spostarsi verso un produzioni capaci di provocare meno danni alla salute di lavoratori e cittadini e verso un sistema di prevenzione più forte. Nell’attuale sistema sanitario, nonostante la copertura universale, restano ancora gravi disuguaglianze: le persone con livelli più bassi di istruzione, qualifiche e reddito si ammalano di più e muoiono prima degli altri. Un’assistenza sociale e sanitaria ugualitaria ridurrebbe in modo significativo i costi della sanità pubblica.

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