Se il gregge forma più farisei che pastori

di Domenico Bilotti

La pedagogia di ispirazione religiosa già nella prima metà del XIX secolo metteva in luce la potenziale dinamicità del diritto canonico attraverso la riflessione sull’attività di insegnamento. Non si è buoni docenti se nello svolgimento del proprio munus non si apprende dai discenti. Il rapporto biunivoco è fonte di chiarimento di termini, di impostazioni, di lavoro che si volge alla formazione e non all’interesse. 

Il Concilio Vaticano II e, in modo certo diverso, più giuridico che ecclesiologico, il Codice di diritto canonico del 1983 dedicano passaggi importanti alla necessità di formare i pastori e, a propria volta, che questi sappiano essere guide autorevoli, non autoritarie. La qualità della formazione è a maggior ragione necessaria in un cinquantennio che a più riprese ha proclamato la propria crisi vocazionale. Il tema si inserisce in una più ampia riflessione sui rapporti tra i chierici e i laici: questi ultimi stanno effettivamente partecipando del fermento religioso, sociale, culturale richiesto dai tempi? I primi stanno incoraggiando questo impulso? L’uno e l’altro tema sono decisivi, non meramente teorici, e lo scopriamo una volta di più a seguito delle polemiche successive alla decretazione del governo italiano e al documento della Conferenza Episcopale sulle misure di contenimento del Corona-virus, adottate viepiù in modalità procedurali non irreprensibili. Per inevitabile che possa apparire, i protagonisti dell’estenuante dibattito non sono stati né i ministri di culto né gli studiosi; né (possiamo dire) i fedeli né gli operatori dei servizi di cura, assistenza e salute. Si sono sentiti parlare soprattutto gli opinionisti improvvisati, impegnati in una distruttiva battaglia a comparire sui media, e quella parte di ceto politico tutto che si intesta l’obbligo di metter bocca su ogni questione che produca sensazionalismo, astio, divisione. 

È dal 9 Marzo, da quando il Paese si è svegliato troppo fragile dal punto di vista reddituale, sanitario, etico, che fanno a gara due spicchi di disinformazione perfettamente speculari. Da un lato, i tanti – e persino con le migliori intenzioni, ma solo in rarissimi casi – che hanno ridondato melensi editoriali sulle opportunità di crescita della pandemia, indicandola quasi a nuovo stato felice dell’umanità. Un cicaleccio diventato sempre più irritante mano a mano che le cose si sono aggravate (per i poveri, per i malati, per tutti). E, dall’altra parte, una sorta di filone neo-sedevacantista, senza nemmeno più il decoro dell’approfondimento teologico, che ha sbraitato incessantemente per la riapertura di qualsiasi cosa possibile e immaginabile. I campi di calcio sotto le ultime piogge, le chiese più anguste e meno in grado di garantire la profilassi, le fabbriche tutte, anche in assenza di dispositivi di protezione. 

A metà del guado, c’è una comunità ferita e sofferente di cui non si vedono i rimedi per volersene prendere cura. C’è il lutto della distanza, dell’impoverimento, della viva fatica. C’è chi ha bisogno di un reddito e chi ha bisogno di conforto. E c’è la sensazione di trattenimento innaturale per cui, fatte salve le reali esigenze di salute, in più di qualcuno godrebbe davvero se divenisse permanente il regime derogatorio di ogni libertà politica, civile e sociale. Mai più il peso delle procedure elettive, mai più l’autoresponsabilità, mai più le garanzie, mai più nulla che disturbi chi tiene il volante che manovra. 

Sono giorni che vanno vissuti con positività, solidarietà e voglia di costruzione: milioni di italiani lo stanno facendo, portando a bisognosi, propri concittadini e non pasti, farmaci, comunicazioni d’affetto. Ma sono anche i giorni dell’inquietudine, in cui si capisce che almeno in parte questa bancarotta di diritto liberal-democratico e di assistenza sociale ce la si è meritata. Facendo convegni e convegni sull’ambiente, ma non risolvendo quanto l’inquinamento abbia predisposto alcune centinaia di migliaia di persone nel nostro Paese soltanto alle malattie oncologiche e respiratorie; dando per scontato che la rappresentanza e la rappresentatività fossero un capestro e che bisognasse invece andare al sodo e così ci si è trovati rappresentati ovunque (dalla sfera spirituale al sentire civile, dai bisogni ai meriti) da tuttologi dell’ultima ora; ignorando che equità, trasparenza, scambio mutualistico e scambio economico fossero non appendici sgradevoli, ma parti essenziali di un “buon vivere”. 

Se davvero un popolo è comunità riunita, gregge (nell’unico senso effettivamente sostenibile di una parola altrimenti ambigua), forse quel gregge non ha formato i suoi pastori come avrebbe potuto e dovuto. E oggi si trova formato dai pastori che ha meritato. Laddove, sia chiaro, il pastore non è quello del significato evangelico-religioso, semmai chiunque eserciti un potere dispositivo sugli altri. 

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