Lavorare meno, la proposta Pd: “Trenta ore per tutti e 750 mila nuovi posti di lavoro”

Ieri pubblicavamo un intervento, a firma di Antonino Mantineo (leggi qui), sulla necessità di garantire a tutti un lavoro ed un salario dignitoso. La proposta del Partito Democratico, di cui dà conto Repubblica (vedi qui), piò rappresentare una prima risposta sulla quale riflettere.

di Valentina Conte

Lavorare meno, lavorare tutti. O meglio “redistribuire il lavoro”. In 4 modi: contratti stabili meno costosi fino a 30 ore settimanali, incentivi ai part-time volontari, penalizzazione fiscale delle ore di straordinario oltre una data soglia, part-time come prassi nel pubblico impiego. Quattro misure che potrebbero portare a 750 mila occupati in più all’anno per un costo di 2,8 miliardi a regime. Ma anche a una riduzione dei salari.

È la proposta di legge numero 2327 depositata l’8 gennaio 2020 da alcuni deputati del Pd: Stefano Lepri, Maurizio Martina, Andrea Orlando, Debora Serracchiani, Chiara Gribaudo. Proposta tornata di attualità, ora che ci affacciamo alla fase 2 della pandemia con terribili incognite su posti di lavoro bruciati e milioni di lavoratori impoveriti. 

“Si parla molto di riduzione di orario di lavoro a parità di salario“, ragiona Stefano Lepri. “Ma l’ipotesi non funziona, si perde competitività. Anche la Francia che aveva introdotto le 35 ore poi è tornata indietro. In attesa che il Pil riparta, non ci resta che fare fette più piccole della torta che abbiamo, anziché lasciare le persone fuori dal mercato del lavoro a vivere di espedienti o di reddito di cittadinanza”. “Ci ispiriamo al modello tedesco – aggiunge Maurizio Martina – prevedendo non più di 42 ore settimanali, straordinari inclusi. L’Italia ha un gap da colmare con la Germania: lavoriamo di più – 180 ore contro 160 al mese – ma con una produttività più bassa. Puntiamo a trasformare l’eccesso di straordinario in occupazione aggiuntiva”. 

Part-time volontario agevolato – Lo stesso sconto – 4 punti in meno di contributi, coperti dallo Stato cioè fiscalizzati – vanno anche ai lavoratori che preferiscono passare, in modo volontariato, a un contratto a part-time tra le 20 e 30 ore settimanali: 2 punti per il datore e 2 al dipendente.
Straordinario punito sopra le 4 ore – Si adeguano i contratti di lavoro a un nuovo standard orario settimanale: si passa da 40 a 38 ore più 4 di straordinari, per un totale di 42. Oggi invece è possibile sommare fino a 8 ore di straordinario, per un totale di 48. L’impresa può anche arrivare a 50 ore settimanali. Ma se nel corso dei sei mesi successivi non riesce a compensare quel picco produttivo – riportando la media del periodo a 42 ore, ad esempio con i riposi compensativi – tutte le ore di straordinario eccedenti sono tassate il 50% in più.

Pubblico impiego solo a 30 ore – Si introduce un nuovo standard orario settimanale per i nuovi assunti della Pubblica amministrazione: 30 ore per tutti. Ma a condizione che ogni ente pubblico prima di bandire i concorsi dichiari il fabbisogno di ore di cui necessita per giustificare le nuove assunzioni. Si prevedono eccezioni motivate o deroghe alle 30 ore, ad esempio per i medici. 

Platea e costi – La proposta Pd ha un costo stimato per lo Stato di 800 milioni il primo anno, 1,6 mld il secondo, 2,3 miliardi il terzo e a regime 2,8 miliardi. I potenziali occupati aggiuntivi – se tutte le aziende assumessero con le risorse che si liberano con il taglio delle ore – potrebbero arrivare a 750 mila: 150 mila dalla defiscalizzazione dei contratti a 30 ore e del part-time volontario, 100 mila grazie alla “quota 30” nella Pubblica amministrazione e almeno 500 mila dal disincentivo delle ore di straordinario.

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